150 anni dopo “i miserabili” sono ancora lì. Cannes s’infiamma col film sulle banlieues

Al secondo giorno di concorso il festival entra nel vivo con un film potente, politico, dal realismo mozzafiato: “Les misèrables” di Ladj Ly, regista francese originario del Mali. Racconto a cuore aperto sulle origini dell’odio tra i tanti “miserabili” delle banlieues parigine. Senza manicheismi né stereotipi, ma nella consapevolezza che “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori”, come scriveva Victor Hugo nel suo capolavoro di oltre un secolo e mezzo fa. Il film arriverà in Italia con Lucky Red …

Sono neri, tutti o quasi. La stragrande maggioranza sicuramente. Ragazzi festanti, dai volti pieni di gioia che gridano “viva la Francia” riempiendo le Champs-Élysées come un fiume in piena, come un unico corpo, come solo i tifosi sanno fare quando la loro squadra vince il campionato. E qui la Francia, la loro squadra, il loro paese, dove sono nati e cresciuti, ha vinto la coppa del mondo.

È una sequenza da antologia questa che apre, catapuldandoci in mezzo alla folla con un realismo mozzafiato, Les misèrables, l’atteso film di Ladj Ly regista francese originario del Mali che prima di arrivare con questa sua opera prima agli onori del concorso di Cannes, era uno di loro. Si uno di quei ragazzi di banlieue, di quei quartieri-polveriera che cingono Parigi, dove disoccupazione e tensioni sociali sono il pane quotidiano per chiunque. Dove nulla sembre essere cambiato da quando Victor Hugo, 150 anni fa proprio lì a Montfermeil scriveva e ambientava il suo capolavoro, consegnando all’eternità la ribellione del giovane Gavroche.

Lì dove l’assenza di reali politiche d’integrazione e sviluppo nel corso degli ultimi trent’anni hanno acceso la miccia dell’integralismo, del razzismo, della violenza. Una bomba a orologeria, del resto, già scoppiata a più riprese. A cominciare dai roghi del 2005. Da dove, per altro, è partita la scelta di Ladj Ly di raccontare (Les misèrables è nato come corto), di puntare l’obiettivo sul suo mondo, complice un collettivo di artisti militanti (Kourtrajmè) di cui fa parte anche il figlio di Costa-Gavras, Romain.

Insieme hanno cominciato a dare voce alle periferie, poi un’incursione anche in Mali. Con lo stesso principio: documentare e mettere tutti i materiali su youtube, nel segno di una nuova militanza, di un nuovo modo di fare cinema politico, dove è l’occhio del regista o del gruppo, a compiere il suo atto di denuncia, difesa o “vigilanza”. Un po’ come è accaduto nei giorni tragici del G8 di Genova, per intenderci, dove soltanto grazie all’uso massiccio delle telecamere è stato possibile denunciare la “macelleria messicane” attuata dalle forze dell’ordine.

Ecco, tra i “miserabili” di Ladj Ly – tutti interpreti straordinari presi dalla strada – sarà proprio l’occhio di un drone, guidato da un ragazzino, a fare da miccia all’incendio finale. All’odio, per dirla con Kassovitz – il primo ad aver puntato l’obiettivo sulle banlieues -, un odio che coinvolgerà proprio tutti. La squadra di poliziotti di zona, a loro volta miserabili tra i miserabili. I vari boss del quartiere in rappresentanza delle infinite etnie e clan di appartenenza e i ragazzini, soprattutto, punto di partenza e di arrivo del film.

Il desiderio di rivolta del giovane Issa, protagonistra tra gli altri, non è infatti diverso da quello che fece salire il suo coetaneo Gavroche sulle barricate dell’insurrezione di popolo nella Parigi del 1832. Ladj Ly lo sa bene. E per questo si è tenuto lontano da stereotipi e manicheismi, in stile poliziotti cattivi e rivoltosi buoni, o viceversa. Piuttosto preferisce sposare le parole di Hugo che scrive nei miserabili: “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini: vi sono soltanto cattivi coltivatori”. La miccia, insomma, ad accenderla sono sempre i politici e le istituzioni. Agli artisti il compito di denunciarli.