2019: fine del copyright per (quasi) tutti i grandi. Da Proust a Chaplin, da Bartok a Mann

Sono soltanto alcuni dei giganti della letteratura, del cinema e della musica le cui opere da quest’anno saranno di “dominio pubblico”. Nel 2019 scade, infatti, il copyright per un’infinità di opere. Stefano Bocconetti ci racconta in sintesi la storia della “legge Topolino”, quella che nel ’97 – su azione di lobbyng della Walt Disney – estese il Copyright Act a 95 anni. Augurandosi un adattamento cinematografico de “Il grande romanzo americano” di William Carlos William a cui Jim Jarmusch ha già reso omaggio col magnifico “Paterson”…

Sarà libero quel caleidoscopio inestricabile, fatto di mille e una storia. Che ha messo insieme disperati e fortunati, puttane e donne d’élite, rivoluzionari e uomini d’affari. Ci sarà Il grande romanzo americano di William Carlos William. Nell’elenco non ci sarà invece Steamboat Willie, il primo corto di Micky Mouse. Per poco ma non ci saranno quei sette minuti di animazione, prodotti da Walt Disney e Ub Iwerks. Che pure hanno fatto da “guida” al varo delle norme del settore. Quei sette minuti che hanno imposto una, due, tre leggi.

Un libro – o meglio per dirla coi critici letterari: un raccolta di frammenti letterari – ed il primo cartone animato di quello che diventerà il colosso dell’entertainment per definizione. Un colosso politico. Che cosa li unisce? Una cosa sola: la legge statunitense sul copyright. La brutale legge sul copyright, per dirla coi suoi detrattori (tanti in tutto il mondo).

Due parole per inquadrare il problema: la prima norma americana sul copyright è ormai di tre secoli fa. All’epoca proteggeva il diritto dell’autore, appunto, ma solo per 28 anni. Un secolo dopo, all’incirca nel 1830 – quando le norme avevano già perso il carattere di difesa dei diritti degli autori ma erano diventate strumenti ad esclusiva tutela di chi comprava quei diritti; in primis, all’epoca, gli editori – il copyright fu esteso a 42 anni.

E poi arriva il ‘900. Negli States, proprio un attimo prima che esploda la Grande Depressione, Walt Disney s’inventa il suo Topolino. Sette minuti, si diceva, ma il primo cartone con musiche e dialoghi. Certo dialoghi ancora sincronizzati alla belle e meglio, ma in grado di cambiare la storia. Soprattutto la storia della Walt Disney Company. Che molti, moltissimi anni dopo – quando il copyright era già stato esteso a 56 anni – si accorse d’essere quasi allo scadere dei suoi diritti. E con un’azione di lobbying che non aveva precedenti, alla fine degli anni ’70, impose al Congresso un’ulteriore estensione del suo potere su quel filmato: 75 anni.

Il resto è storia semi-recente. Sentendo di nuovo il fiato sul collo, la Walt Disney alla fine del secolo scorso, sborsò una cifra astronomica a sostegno di alcune candidature al Congresso. Di tutte e due i partiti, democratico e repubblicano. Spese per l’elezione di un bel gruppo di deputati, che subito votarono, nel 1997, un’ulteriore estensione col Copyright Act: le opere realizzate dopo il 1922, sarebbero rientrate nelle tutele per 95 anni. Norma che fu immediatamente firmata da Clinton e subito ribattezzata “legge Topolino”.

Lunga vita a Micky Mouse, dunque, che così potrà garantire profitti alla sua compagnia almeno fino al 2023. Ma il tempo – non per banalizzare – passa per tutti. E così quest’anno, scadono i 95 anni dalla data di pubblicazione di un’infinità di altre opere.

Opere che ora entreranno nel “dominio pubblico”. Tradotto: chiunque le potrà leggere, rielaborare, prelevarne spezzoni. Certo sarà anche possibile pubblicarle in edizioni eleganti ma tutti comunque potranno utilizzarle. Mixarle. Torneranno ad essere fruite liberamente, come spesso avrebbero voluto i loro autori.

Stiamo parlando di libri di Thomas Mann, tutte le opere di Marcel Proust (meno quelle pubblicate postume: La prigioniera, La fuggitiva e Il tempo ritrovato), molti scritti di Agatha Christie, di D.H. Lawrence. Stiamo parlando di film, dai Dieci comandamenti di Cecil B. DeMille a Il pellegrino di Charlie Chaplin. Libri, cinema. E musica. Per dirne una, molte composizioni di Bela Bartok, a cominciare dalle sue Sei danze popolari romene, entreranno nel public domain.

E ci sarà Il grande romanzo americano di William Carlos William. Tornerà libero il suo romanzo (dentro il quale ci sono centomila romanzi) e proprio durante l’era Trump. Lui – William Carlos William – che perse il posto di bibliotecario perché una sua raccolta di poesie fu giudicata “propaganda comunista”. Torna libero. E diventa una sfida. Magari per chi volesse trasportarlo su pellicola (un omaggio alla sua poesia l’ha già fatto Jim Jarmusch col magnifico, Paterson). Quel testo dove il linguaggio si fa sperimentazione, dove gli spazi, i tempi, i dialoghi si dilatano, proseguono ciascuno per una propria traiettoria. Spesso facendo smarrire il senso dell’epopea. Sì, una sfida tradurlo in film. Ma ora sarà possibile senza battaglie legali.

Ps: qui, per chi volesse, comincia la ricerca sulle opere cui scade il copyright.

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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