Raf Vallone: “Quando ero a l’Unità e “rubai” gli scritti di Gramsci”

A cent’anni dalla nascita del grande attore, giornalista e partigiano una serata ricordo, mercoledì 17 febbraio (Casa del Cinema a Roma, ore 21), con la proiezione di “Uno sguardo dal ponte” di Sidney Lumet, dal dramma di Arthur Miller che Vallone interpretò anche a teatro per la regia di Peter Brook. Qui un suo scritto sui tempi de l’Unità (dirigeva le pagine culturali) che pubblichiamo per gentile concessione del sito “Poro.it”

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Scrivevo sulla terza pagina dell’Unità affidatami da Davide Lajolo insieme a firme straordinarie, a questa 3° pagina ho dato tutta la passione possibile e immaginabile, le mie relazioni con il resto della redazione, nonostante il fatto che io non fossi comunista, erano fraterne; componevo la 3° pagina con gli operai della Fiat, e fu un’esperienza umana e politica che non dimenticherò mai.

Ero molto amico di Mila: purezza, integrità, intelligenza, cultura. Pavese veniva spesso a trovarmi, andavamo a pranzo a Porta Palazzo, alle Tre Galline. Mangiavamo in silenzio: lui non parlava molto, io neppure. Credo gli piacessi per quello: assecondavo il suo silenzio. “Sei come un fiume che trascina pepite nascoste” gli dicevo. Anche Calvino non era un chiacchierone, ma con lui non legavo. Come con Geymonat: troppo noioso, un mattone.
Della morte di Cesare mi sentii un po’ responsabile. Quando dall’America arrivò Connie Dowling con la sorella Doris, due donne straordinarie, attrici che erano cresciute nel mondo dei radical-chic americani e di Billy Wilder, Tennessee Williams, Arthur Miller (nelle foto), una mia amica, la regista Dada Grimaldi, che lavorava con loro alla Rai, mi invitò a cena.

Io le suggerii di dirlo anche a Cesare, che era affascinato dalle donne e dall’America. Finì che lui se ne andò con Connie, e insieme partirono per Cervinia. Ma non credo proprio che Cesare si sia ucciso per la Dowling, anche se quella poesia bellissima e terribile, – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -, l’ha scritta per lei. Penso che al suo suicidio non siano estranei motivi politici. Pavese soffriva per le chiusure che vedeva prevalere nel partito, non ne approvava il rigore ideologico, ironizzava sulla miopia di certi personaggi, che gli parevano “inchiodati alla linea”. Farla finita era anche un modo di chiamarsi fuori.
Togliatti, però, non era miope, veniva spesso alle riunioni di redazione, una mente superiore. Io dirigevo la terza pagina senza essere iscritto al partito.  Il motivo era semplice: possedevo l’edizione italiana della storia del partito bolscevico, centinaia di pagine in cui il nome di Trotzky non appariva neppure una volta. Per me, che venivo dal Partito d’azione, la politica era innanzitutto rigore morale. Come potevo entrare in un partito che si basava su una menzogna così grossolana? Cosi, quando Togliatti chiese se eravamo tutti iscritti, qualcuno disse: “No, Vallone no”. Lui mi squadrò e sorrise: “Però fai una bella terza pagina”.
In effetti ci lavoravo dodici ore al giorno. Pubblicavamo versi dei classici e dei poeti di sinistra: Catullo e Aragon, Orazio ed Eluard. La rete dei collaboratori era vastissima. Ogni tanto anche Hemingway mi mandava qualcosa. Pubblicavo disegni dei pittori torinesi: Casorati, Menzio, Moreni, Spazzapan, un uomo simpaticissimo, che passava spesso in redazione.

Eravamo molto attenti alla grafica, all’impaginazione, anche perché avevamo tipografi meravigliosi. Dopo la chiusura restavo fino alle tre di notte, con Lajolo, Luraghi, Rocca, che era un ragazzino, per ribattere le ultime notizie. Ci tenevamo svegli facendo scherzi telefonici. Poi andavo a casa a piedi, verso corso Francia, con Ulisse. Il direttore era Ottavio Pastore. Il più indipendente dei dirigenti comunisti torinesi. Se ne infischiava della linea del partito: portava avanti la sua, con allegria. Aveva passato anni in carcere, e quando cenavamo insieme lo guardavo con un nodo alla gola: mangiava voracemente, litigava con il cibo, come per rifarsi della fame patita in galera. Una volta rischiai di fargli venire un infarto.

Ci era stata affidata una parte degli scritti di Gramsci, che il partito passava all’Einaudi per la pubblicazione. Quando restarono solo poche pagine, mi venne la tentazione di tenermele. Così dissi a Pastore: “Guarda che non le ho più, le ho dato a te”. Ottavio era un vecchio bianco e pallido, ma in un attimo divenne tutto rosso. Gli ho detto che stavo scherzando, e l’ho abbracciato.

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