50 anni di utopia: la compagnia-mondo di Eugenio Barba

In sala dal 21 gennaio per Wanted, “Il paese degli alberi che volano” di Davide Barletti e Jacopo Quadri. Una festa lunga cinquant’anni, nel piccolo villaggio danese dove vive e lavora l’Odin Teatret del “guru” che ha rivoluzionato la scena teatrale mondiale…

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Giovanissime ballerine in tutù danzano circondate dai ritmi acrobatici di un gruppo di ragazzini kenioti. Più in là, su una zattera, un bimbo balinese danza il Kathakali, mentre dei pulcinella in divisa suonano il sax sfidando il vento che porta in cielo palloni bianchi, ma anche alberi.

Benvenuti nel mondo di Eugenio Barba, nel suo teatro senza pareti, fatto di relazioni umane, piuttosto, di baratti culturali, di migranti, di attori operai, di lingue e dialetti portati dai quattro angoli del mondo. Quel “teatro sociale” come lo immaginò quest’indio salentino agli inizi degli anni Sessanta, che allora fece esplodere, rivoluzionandola, l’intera scena teatrale occidentale, gettando le basi di un mito: l’Odin Teatret.

Sì, la compagnia-mondo che Eugenio Barba, classe 1936 di Brindisi, fondò  ad Oslo nel 1964 – dove arrivò dopo l’esperienza con Grotowski in Polonia – per poi migrare ad Holstebro, un paesino della Danimarca occidentale, dove nel 1966 una fattoria – offerta loro dal sindaco-postino- diventò la sede permanente di questa utopia.

Un’utopia lunga cinquant’anni. Che oggi dal teatro arriva anche al cinema con Il paese degli alberi che volano di Davide Barletti e Jacopo Quadri, un appassionato omaggio – passato alle Giornate degli Autori veneziane – all’intero mondo teatrale ed umano di Barba, raccontato nel giorno della festa.

Il compleanno più importante per l’Odin: i cinquant’anni di attività festeggiati insieme agli artisti, agli amici di sempre (c’è anche un padre Comboniano arrivato per l’occasione) e agli stessi abitanti di Holstebro, che si fa ancora una volta città-spettacolo, palcoscenico dell’umana performance dell’incontro. Dell’aprirsi all’altro, dello scambio culturale, baratto d’arte, di energie e creazione. Teatro antropologico, politico, che mette insieme artisti provenienti da ogni latitudine: India, Africa, Europa, Brasile. Che corrono, danzano, cantano “inseguiti” da quest’uomo dai capelli bianchi che a piedi scalzi dirige come un maestro d’orchestra.

Teatro-laboratorio in cui dare una risposta collettiva al quotidiano, anche. Com’era per i teatranti della Commedia dell’arte che condividevano tutto scavalcando montagne, anche nella “fattoria” dell’Odin si vive tutti insieme: 25 sono gli artisti della compagnia, provenienti da tutto il mondo, ma ci sono anche altrettanti posti letto per gli ospiti. Per chi è di passaggio e per chi vuole fermarsi, studiare, fare ricerca o semplicemente confrontarsi. E c’è pure un piccolo cimitero privato, “lo abbiamo comprato con i nostri soldi” spiega lo stesso Barba, “per chi ha lasciato il suo paese, la sua lingua, questo è il posto dove tornare”. Ma adesso è il momento della festa, quello che è lo spirito stesso del paese degli alberi che volano.

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine

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