A Cannes non c’è il ’68. Ma c’è Godard, anzi il suo film

Passato in concorso “Le livre d’image”, il nuovo atteso lavoro di Jean-Luc Godard, ultimo esponente della Nouvelle Vague e icona stessa del ’68, anniversario ghiotto ma ignorato dal Festival. Un viaggio ipnotico attraverso l’immaginario stesso del cinema del Novecento, affiancato dalla pittura e dalla letteratura. E soprattutto, dalle guerre del nostro presente. Perché la storia si ripete ci dice Godard, ma stavolta non in farsa…

Ma dov’è finito il ’68? Il Festival di Cannes occupato dai “ribelli” del joli mai cinquant’anni fa esatti, lascia andare il ricco anniversario nel silenzio. “Possibile?” si chiedono in molti, delusi, sulla Croisette.

A consolarli, però, magie della kermesse, giovedì 11 maggio c’è stata un’apparizione. Meglio, l’incarnazione stessa di quella stagione. L’ultimo rappresentante vivente della Nouvelle Vague, passato di qua già lo scorso anno nel biopic di Michel Hazanavicius… Signore e signori: Jean-Luc Godard.

Attenzione però. Non lui in persona che snobba la Croisette da molti anni, nonostante il direttore Thierry Frémaux gli offra la presidenza della giuria ad ogni edizione. Ma il suo ultimo film, Le livre d’image, destinato come ogni film del maestro al gran clamore dei media e della critica.

Ad 87 anni, dalla “periferia” del suo paesino svizzero dove sì è rifugiato da tempo, JLG continua a stupire, a provocare, a lasciare segni di un cinema ancora curioso della realtà e della sua rappresentazione. Nonostante L’addio al linguaggio (Premio della giuria 2014), il suo di linguaggio continua ad essere quello dell’analisi critica, della sperimentazione, della ricerca. Almeno a fasi alterne.

Sfogliare questo suo “libro d’immagini”, infatti, è un’esperienza ipnotica, un “acido”, un viaggio attraverso l’immaginario stesso del cinema del ‘900. Attraverso l’arte, la letteratura e, soprattutto, la cronaca. Il Medioriente in fiamme, le bandiere nere dell’Isis, le guerre, Godard le incasella nel flusso d’immagini senza perdere mai la lucidità di sguardo, consapevole di un Occidente che tutto questo ha generato.

Un montaggio delle attrazioni di rossi, gialli, azzurri accesi. Immagini come quadri e quadri come parole. Ma non ci sono più parole di fronte ai bombardamenti, alle fiamme. Montesquieu, Dumas, Balzac. Le parole sono graffi sui fotogrammi. E Le livre d’image è un vocabolario. Anzi una Bibbia del cinema scritta da un vecchio signore che la provocazione ce l’ha nel dna. Per una volta, però, non solo teoria ma emozioni. Perché come aveva detto molti anni fa: “Bisogna vivere piuttosto che durare”.

Ecco allora scorrere il mondo di Ejzenštejn, Dovzenko, Rossellini, Fellini, Ophüls, Vigo. Sono lampi che si rincorrono. “Parole crociate” per cinefili da indovinare al volo. La Giovanna d’Arco di Victor Fleming che brucia estatica tra le fiamme. I partigiani di Rossellini gettati nel Po (Paisà). I corpi nudi, umiliati, in branco del Pasolini di Salò. La scritta in grande, REMAKE, ci lega alle immagini di cronaca dei conflitti. La storia si ripete, lo sappiamo. Ma questa volta non in farsa, ci suggerisce Godard.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!

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