A piedi nella vita di Van Gogh. Ritratto d’artista, di un artista (Julian Schnabel)

In sala dal 3 gennaio (per Lucky Red), “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel. Quello compiuto dal regista, artista e pittore, prima che filmmaker è un viaggio con i piedi di Van Gogh e con i suoi scarponi consumati attraverso i suoi paesaggi. Un viaggio verso la luce. Un grande Willem Dafoe (Coppa Volpi a Venezia 75) nei panni del grande pittore che il cinema ha provato a raccontare tante e tante volte …

La fortuna cinematografica di Vincent van Gogh assomma una trentina di titoli (biopic e docufilm), tra i quali, ne spiccano almeno sei: Van Gogh di Alain Resnais (1948), Lust for Life (Brama di vivere) di Vincente Minnelli (1956), Vincent di Paul Cox (1987), Dreams di Akira Kurosawa (1990), Vincent & Theo di Robert Altman (1990) e Van Gogh di Maurice Pialat (1991). A completare i «magnifici sette» si aggiunge questo Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel (ma non trascureremmo un «ottavo»: Loving Vincent, affascinante esperimento di animazione pittorica di Dorotea Kobiela e Hugh Welchman). E a seguire le orme di tanti attori – che hanno impersonato il grande pittore – come Jacques Dutronc (Pialat), Tim Roth (Altman), Martin Scorsese (Kurosawa) e il sommo Kirk Douglas (Minnelli) ci si è messo un grande Willem Dafoe che, non a caso, si è guadagnato la Coppa Volpi per il Miglior attore all’ultima Mostra di Venezia.

La popolarità, com’è noto, è un’arma a doppio taglio: diffonde ma confonde. E banalizza. Pensate ai milioni di «girasoli» incorniciati e appiccicati nelle case di mezzo mondo o stampati sui sottobicchieri delle birrerie. Così se vi aspettate dal film di Julian Schnabel un tripudio di fiammanti girasoli, resterete delusi. Li vedrete, sì, ma scoprirete all’inizio soltanto campi popolati di steli rinsecchiti, come fossero stati irrorati dal napalm.

Quegli stessi campi attraversati da Vincent van Gogh (1853-1890) nel suo viaggio da Nord a Sud, dal grigio delle plaghe olandesi al giallo del meridione francese, Arles soprattutto. Il viaggio verso la luce di Vincent – gran camminatore solitario per prati e boschi – vero artista en plein air, è anche un po’ quello compiuto dal regista, artista e pittore, prima che filmmaker (il suo esordio nel cinema con Basquiat, nel 1996, su un altro grande artista) in Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità (nelle sale dal 3 gennaio, distribuito da Lucky Red).

Peter Schnabel viaggia e cammina con i piedi di Van Gogh e con i suoi scarponi consumati (soggetto di decine di suoi quadri e disegni) inquadrati fin dalle prime sequenze del film con soggettive insistite e uso di camera a spalla (in realtà, dalle note di produzione, scopriamo che a «interpretare» il fondo dei pantaloni e le scarpe è stato Benoît Delhomme, prestigioso direttore della fotografia).

A guidarne il cammino e l’immersione panica nella natura, però, è il regista che scopre scorci e dettagli e Van Gogh/Dafoe li disegna e dipinge. E l’attore lo fa per davvero, dopo aver preso lezioni di pittura, di trattamento della tela e di stesura dei colori, impartitegli dal «demiurgo» Schnabel e, va da sé, ispirate dal «creatore» Van Gogh.

Dipinge alberi, radici, fiori e persone: contadini, postini, artisti, gente comune come Louise Ginoux (che ha il viso intenso di Emanuelle Seigner), la proprietaria del Café de la Gare ad Arles che diventò L’Arlesiana di uno dei capolavori dell’artista (anche questo replicato in decine di varianti) e che lo seguì e accudì durante il ricovero nel nosocomio di Saint-Rémi. In quello stesso caffé, frequentato da altri artisti, Van Gogh conobbe Paul Gauguin (Oscar Isaac), incontro da cui nacque un sodalizio umano e un’amicizia leggendaria quanto sbilanciata: Van Gogh ammirava molto Gauguin, mentre Paul mal sopportava il carattere di Vincent; di più, sul piano artistico erano divisi da differenti concezioni estetiche.

Naturalmente nel film c’è il rapporto intenso tra Vincent e il fratello Theo (Rupert Friend), ci sono le sue frequenti crisi mentali, le pulsioni suicide e la celebre automutilazione dell’orecchio. Mostrate, però, senza nessuna scena ad effetto (solo qualche efficace sfocamento di piani, immagini e voci) e nessun particolare grandguignolesco; piuttosto quasi esposte come prove di un sofferto percorso di vita, artistico e spirituale. Con un unico fine, quasi messianico, proclamato dallo stesso Van Gogh: «mostrerò ciò che vedo e sento a chi non vede». Ciò che tenterà di fare fino alla morte, misteriosa, datasi per suicidio o – secondo alcune interpretazioni – infertagli da un colpo di pistola sparato accidentalmente da due ragazzi che si divertivano a tormentare il pittore mentre dipingeva in un campo.

Alla fine il film mostra il corpo dell’uomo nella bara, circondato dai suoi quadri: quasi delle icone di un sommo artista che quando gli chiesero «cosa dipingete?», rispose: «la luce del sole». La stessa catturata dai suoi infiniti girasoli.