Addio Carlo Vanzina. Nelle sue commedie l’Italia da bere, sotto il sole delle vacanze

È morto a Roma, domenica 8 luglio, Carlo Vanzina. Con suo fratello Enrico, sceneggiatore, ha dominato per anni i botteghini coi cinepanettoni, inventando una nuova declinazione della commedia all’italiana, aggiornata ai rampanti Anni Ottanta, fortemente ibridata dal cabarettismo tv d’allora. In una sessantina di titoli ha disegnato un’ Italia che forse non ci apparteneva ma nella quale c’eravamo dentro fino al collo e della quale, ogni tanto, pure ci compiacevamo, volgarità comprese…

 

«Prendete un circolo, accarezzatelo e diventerà vizioso», sentenziava Eugène Ionesco ne La cantatrice calva. È andata così anche per il «vanzinismo» clonazione ripetuta e coccolata fino allo sfinimento del «genere» originario, creato da Carlo Vanzina, morto a soli 67 anni (era nato nel 1951), portato via da un tumore.

E così, le intuizioni del regista e del fratello sceneggiatore Enrico, si sono perse nel «cinepanettonismo» (altro «ismo» di un Novecento cinematografico), commercialmente prospero – almeno fino a qualche anno fa – ma sempre più privo di lievito e sapore. Almeno di quel Sapore di mare (1983) che segnò la consacrazione di Enrico Vanzina.

Figlio d’arte (il padre era il grande Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina), giovane apprendista e assistente di Mario Monicelli e Alberto Sordi, Carlo, assieme al fratello Enrico darà vita, dopo il debutto nel 1976 con Luna di miele in tre, a una nuova declinazione della commedia all’ italiana dei Risi e Monicelli, aggiornata ai rampanti Anni Ottanta, fortemente ibridata dal cabarettismo tv d’allora.

Scatti d’epoca. I fratelli Vanzina col papà Steno

Erano gli anni di Drive in, di un’Italia giovanilistica e sbruffona che si compiace di tormentoni verbali e gestuali. Nulla di nuovo sotto il sole – si dirà – perlomeno il sole delle vacanze estive come di quelle invernali, natalizie, crocieriste e via godendosela che il cinema dei Vanzina, confortato da incassi miliardari (c’erano ancora le lire), saprà ben organizzare, contando su un cast di attori infinito (da Abatantuono a Castellitto, dalla Lisi alla Bellucci, da Villaggio a Placido) di una congerie di caratteristi poi promossi a protagonisti e sulla creazione di coppie comiche celebri, a cominciare da Boldi-De Sica.

Nel cinema dei Vanzina non ci sono però soltanto vacanze e lo scandaglio sui vizi (va da sé molti più delle virtù) italiani scende a sfrugugliare nel mondo della moda (Sotto il vestito niente, 1985) o dell’economia (Yuppies – I giovani di successo, 1986); rifà il verso, recupera generi e film di culto (Il ritorno del Monnezza, 2005; Febbre da cavallo – La mandrakata, 2002), fino al suo ultimo film del 2017, Caccia al tesoro con Vincenzo Salemme, quasi un remake del fortunato Operazione San Gennaro di Dino Risi del 1966.

In una sessantina di titoli Carlo Vanzina ha disegnato un’ Italia che forse non ci apparteneva ma nella quale c’eravamo dentro fino al collo e della quale, ogni tanto, pure ci compiacevamo, volgarità comprese. Il suo cinema piaceva poco sicuramente alla critica ma entusiasmava il pubblico di quei «milioni di spettatori ai quali, con i suoi film, ha regalato allegria, umorismo e uno sguardo affettuoso per capire il nostro Paese», come hanno dichiarato la moglie Lisa e il fratello Enrico, annunciandone la morte.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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