Addio Philip Roth, monumento della letteratura. Adorato (e maltrattato) dal cinema

È morto a 85 anni Philip Roth, scrittore tra i più importanti del ventesimo secolo che ha lasciato una traccia indelebile nella storia della letteratura americana e mondiale. Nonostante non abbia mai ricevuto il Nobel. Nato in una famiglia ebrea della piccola borghesia ha saputo narrare con sguardo critico ed ironico l’identità americana nelle sue ipocrisie e paure più profonde. E il cinema ha letteralmente saccheggiato la sua opera, spesso maltrattandola …

 

Grazie a MARCO PETRELLA per il suo bellissimo ritratto di Philip Roth

 

Sono tanti sette adattamenti cinematografici nell’opera di uno scrittore. Ma tale e tanta è stata la sua influenza sul nostro contemporaneo che, certamente, il cinema non avrebbe potuto ignorarlo.

Se n’è andato martedì 22 maggio a New York, Philip Roth, figura iconica della lettaratura americana e mondiale. 85 anni e un addio alla scrittura nel 2012 per ragioni di salute, dopo una carriera cinquantennale, attraverso trenta romanzi, di cui almeno Pastorale Americana (Premio Pulitzer nel 1998), Lamento di Portnoy (1969) e Ho sposato un comunista (1998), costituiscono titoli da antologia del Novecento.

Nato nel ’33, in New Jersey, da una famiglia ebrea della piccola borghesia, Roth comincia le sue acute osservazioni proprio da qui. Raccontando la dimensione della cultura ebraica dell’America contemporanea. Attraverso il suo sguardo critico ne scandaglia vezzi e miti, in un viaggio profondo reso possibile da un realismo senza compromessi, insieme ad un registro comico, fatto d’ironia dissacrante, che diventerà la sua chiave letteraria.

Nella sua poetica rivolta all’analisi critica dell’identità americana, largo spazio trovano il sesso, il desiderio, la morale, le ipocrisie e le paure. Spesso arrivando fino allo “scandalo”. Come nel caso del giovane Alexander Portnoy che sfida il comune senso del pudore con le sue – spesso esilaranti – confessioni da erotonome, afflitto da oppressiva famiglia ebrea.

Tematiche che, in qualche modo, troviamo già nel suo libro d’esordio: Addio Columbus (1959), dove famiglia, religione e sesso fanno da cornice all’incontro tra il giovane bibliotecario e la figlia dei ricchi ebrei newyorkesi che il regista Larry Peerce, porterà al cinema nel ’69: La ragazza di Tony, primo e felice adattamento da Roth, di una lunga serie di film a venire, dalla riuscita altalenante.

Della graffiante ironia di Lamento di Portnoy, infatti, ritroviamo ben poco in Se non faccio quello non mi diverto (1972), infedele trasposizione già dal titolo (ma qui la colpa è dei distributori italiani) e prima e unica regia del navigato sceneggiatore americano, Ernest Lehman.

Con i divi Anthony Hopkins e Nicole Kidman, invece, ha raccolto migliori riscontri critici, La macchia umana (The Human Stain, 2003) di Robert Benton, regista premio Oscar per Kramer contro Kramer, qui pungente come nel romanzo di Roth, nel demolire l’ipocrisia del politicamente corretto, attraverso la storia del prof universitario radiato dal college con l’accusa di razzismo.

A non convincere fino in fondo è invece Lezioni d’amore (Elegy, 2008) della regista catalana Isabel Coixet che, cimentandosi col racconto, L’animale morente, confeziona un dramma sentimentale che perde di spontaneità, nella fotografia di un amore tardivo tra il vecchio prof (Ben Kingsley) e la giovanissima e evvenente studentessa (Penelope Cruz).

Meglio va a Barry Levinson, il regista di Rain Man che regala al vecchio Al Pacino un’ultima parte da leone con The Humbling da L’umiliazione (2010). Ancora una volta il tema della vecchia, attraverso il vissuto di un grande attore che perde l’ispirazione e, di conseguenza, la voglia di vivere.

Molto convincente, invece, è Indignazione (Indignation 2016), portato al cinema dallo sceneggiatore di Ang Lee, James  Schamus qui all’esordio nella regia. Un adattamento teso ed elegante che, come nel romanzo, ci accompagna attraverso i turbamenti di un ragazzo ebreo, deciso a sfuggire la guerra in Corea grazie all’università. Nel college, però, particolarmente conservatore, la sua vita non si rivelerà comunque facile.

Un altro debutto nella regia, stavolta per l’attore scozzese Ewan McGregor, è segnato dall’opera di Roth. Il suo capolavoro, il romanzo fiume sul sogno infranto a stelle e strisce: Pastorale americana (leggi la recensione di Stefania Chinzari). Un adattamento rischiosissimo in cui McGregor si ricava anche il ruolo da protagonista, puntando soprattutto sul rapporto padre-figlia, ma lasciando fuori fuoco la profonda analisi sociale del romanzo, la disillusione esistenziale rispetto ai sogni e alle bugie dell’America.

Le trasposizioni si sa, sono sempre un terno al lotto. Ma i libri restano una garanzia. Quelli di Philip Roth, sicuramente che, in quest’occasione triste, attendono di essere (ri) letti.