Ambientalismo elettrizzante. E il futuro è donna anche in Islanda

In sala dal 13 dicembre (per Teodora), “La donna elettrica” di Benedikt Erlingsson, candidato islandese all’Oscar. Spiazzante, ironico e commovente omaggio al femminile, alla natura madre nella sua essenza più profonda come fonte di vita e di sopravvivenza, altrimenti distrutta progressivamente dall’uomo. Con un’eroina, irresistibile, che fa l’eco-terrorista e insegna canto. E presto un remake americano con Jodie Foster interprete e regista …

Una commedia ambientalista, può essere. Un eco-thriller pure. Un dramma sulla distruzione del pianeta da parte degli spietati appetiti delle multinazionali, perché no?

È piuttosto indefinibile La donna elettrica, come indefinibile è il sentimento che ti coglie di fronte all’imponente e primigenia natura islandese. La stessa del resto che vuole tutelare a costo della galera la battagliera Halla, protagonista di questa ironica favola ecologista – proviamo a definirla così – e opera seconda di Benedikt Erlingsson, attore e regista di teatro che, passato recentemente al cinema (nel 2013 l’esordio con Storie di cavalli e di uomini), ha varcato i confini nazionali – l’Islanda – imponendosi come uno degli autori di punta della cinematografia europea. Ed ora rappresenta il suo paese agli Oscar, dopo aver fatto incetta di premi a cominciare da Cannes, dove il film è passato alla Semaine de la critique.

E dal teatro viene anche la protagonista, Halldora Geirharsdottir, una vera diva in patria – “la Sarah Bernhardt islandese” – che nel suo repertorio vanta anche interpretazioni maschili come un celebre Don Chisciotte, ruolo peraltro non troppo distante da quello della donna elettrica. Come l’eroe di Cervantes, infatti, anche Halla si batte con pochi mezzi, arco e freccia, contro i giganti, le multinazionali che sfruttano e distruggono non solo la sua terra. Far saltare i tralicci dell’alta tensione è la sua attività segreta, nascosta da un impeccabile quotidiano da insegnate di canto, nel coro cittadino di Reykjavik.

Doppia, infatti, è tutta la vita di Halla. Due padri spirituali, Gandhi e Mandela (affissi nel salotto). E pure una sorella gemella. Tanto lei è combattiva e inarrestabile, tanto è zen e riflessiva Asa, insegnante di yoga e asceta (anche a lei dà il volto la straordinaria Halldora Geirharsdottir). Due personalità opposte ma, in fondo, due volti di una stessa medaglia: il desiderio di rendere il mondo un posto migliore.

Magari adottando una bambina di un orfanatrofio ucraino, al quale tanti anni prima Halla aveva fatto domanda senza sperare più in una risposta. Che invece arriva proprio ora. Ed è affermativa.

Nel mezzo ci sono le azioni di sabotaggio, le fughe al cardiopalmo da una polizia feroce, un ciclista sudamericano che fa da capro espiatorio per tutti gli abitanti del Sud del mondo cacciati dalle autorità. E ancora politici fantoccio e servi del denaro, tante pecore (non elettriche come quelle di Philp Dick), la meravigliosa natura islandese, un vero coro come quello del teatro greco, ma in questo caso ucraino che segue la nostra protagonista, insieme ad una band di tre elementi sempre al centro della scena a fare da colonna sonora vivente.

Spiazzante, ironico, commovente La donna elettrica è, infine, un grande omaggio al femminile, alla natura madre nella sua essenza più profonda come fonte di vita e di sopravvivenza, altrimenti distrutta progressivamente dall’uomo.

In questo senso Halla è una guerriera (Woman at War, recita il titolo originale), una combattente, come lo sono state – suggerisce il regista – Berta Caceres in Honduras e Yolanda Maturana in Columbia, attiviste per l’ambiente uccise per le loro battaglie. Ancora una volta, insomma, il futuro è donna. O almeno tutto lo fa credere.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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