Anche Stalin fa ridere. E da morto ancora di più

Premio Fipresci, premio Scuola Holden per la miglior sceneggiatura e premio Achille Valdata. “Morto Stalin, se ne fa un altro”, di Armando Iannucci fa incetta di premi collaterali al Torino Filmfest. L’acclamato regista satirico della tv britannica fa centro con la sua commedia ispirata al graphic novel francese (pubblicato in Italia da Mondadori). Una divertente satira sulla crudeltà del potere intorno al corpo del dittatore morente. In sala dall’11 gennaio (per I Wonders Pictures)…

La storia ufficiale data la morte di Stalin il 5 marzo 1953. Ma ce n’è un’altra, come sempre accade quando si parla di chi la storia l’ha fatta, che accredita un’altra versione, più carica di mistero, che vuole il grande dittatore colpito da infarto il 2 marzo e lasciato senza soccorso dai suoi fedelissimi che nei tre giorni a seguire si sarebbero scatenati nella guerra per la successione, da cui uscì vincitore Nikita Kruscev.

È proprio di quei giorni che ci racconta Morto Stalin, se ne fa un altro la commedia nera di Armando Iannucci (scozzese di nascita ma di origini italiane) che, presentata a Toronto ed oggi a Torino, si prepara a diventare il caso cinematografico dell’anno. O così almeno si augura il suo distributore italiano (I Wonders Pictures) che lo porterà nelle nostre sale l’11 gennaio.

Siamo un po’ dalle parti di quel Lui è tornato, su Hitler redivivo ai nostri giorni – è in lavorazione la versione italiana su Mussolini – col quale questa produzione anglo-francese con cast stellare condivide la scelta di usare le armi della comicità e del grottesco nel ritrarre un dittatore e, pure, la partenza da un libro: lì il best seller di Timur Vermes, qui un graphic novel francese.  Anzi due, La morte di Stalin di Fabien Nury e Thierry Robin (Mondadori) e il suo sequel, Volume 2- Il funerale.

Armando Iannucci, tra i più acclamati registi satirici della tv britannica, gioca qui le sue carte costruendo un racconto circolare in cui sulle note di Mozart (il film si apre e si chiude con un concerto) prende il via una grottesca ma non troppo danza delle crudeltà, in cui il maestro (Stalin con le sue purghe, le epurazioni e le fucilazioni in massa) viene superato dai suoi allievi, i suoi fedelissimi che, in quella notte del 2 marzo1953 accorrono all’istante nella sua dacia fuori Mosca per tramare e sfidarsi all’ultimo sangue, davanti al corpo riverso a terra del dittatore morente.

Tra loro spiccano lo spietato capo della polizia segreta, Beria, col volto di Simon Russell Beale; il ministro dell’agricoltura Nikita Kruscev, un irresistibile logorroico e cazzaro Steve Buscemi, ma in realtà il più pericoloso; l’addormentato Malenkov, vice di Stalin, interpretato da Jeffrey Tambor e, il fedelissimo Molotov, l’ex Monty Phyton, Michael Palin.

Le accurate ricostruzioni d’epoca (i set sono inglesi, anche Mosca) completano una divertita satira sulla crudeltà del potere dove il dramma cede alla farsa, le battute si susseguono fin troppo serrate, il ritmo a tratti va giù di tono, lasciando però spazio a qualche sonora risata. Certo sentir parlare in inglese Stalin e i suoi prende un po’ di contropiede, ma tant’è.

“Ho pensato di inserire la scritta “Tratto da una storia vera…”, dice il regista – ma poi ho deciso che sarebbe stato più divertente scoprire in un secondo momento che la maggior parte delle cose raccontate sono vere».

Del resto nel ’63 fu lo stesso Kruscev a svelare con un’intervista su Epoca qualche “mistero” di quella notte fatale. Il film di Armando Iannucci prova a ricordarcelo, facendoci scoprire che anche Stalin può farci ridere. E da morto ancora di più.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine

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