Arditi, dalla Grande guerra al fascismo. Una storia da romanzo “in presa diretta”

È “L’ardito” di Roberto Roseano (Itinera Progetti, 2017), romanzo storico dedicato al corpo militare degli “Arditi” il cui nome evoca coraggio e imprese belliche da una parte, ma genera anche moti di ripulsa, essendo associato a un certo fanatismo e alle origini stesse del fascismo (anche se da una costola derivarono gli Arditi del Popolo di gramsciana memoria). Eppure il materiale – a partire dal diario del nonno dell’autore – è così dettagliato da rendere “in presa diretta” ciò che realmente successe sul terreno di battaglia prima, durante e dopo la ritirata di Caporetto, e nella contro-offensiva del Piave. Uno spaccato così esaustivo difficilmente reperibile nella pubblicistica sulla Grande Guerra…

“Torneranno i prati” di Ermanno Olmi e in copertina “Uomini contro” di Franco Rosi

 

L’ardito, romanzo storico di Roberto Roseano pubblicato nel 2017 da Itinera Progetti (Premio Acqui Storia 2017) è un libro che si presta a molteplici piani di lettura.

L’argomento non è dei più semplici, dato che viene qui ripercorsa la storia di un Corpo militare il cui solo nome evoca coraggio e imprese belliche ma genera anche moti di ripulsa, essendo associato a un certo fanatismo e alle origini stesse del fascismo (anche se da una costola derivarono gli Arditi del Popolo di gramsciana memoria).

L’autore ha rimesso in ordine le pagine di un vecchio diario del nonno trovato per caso in un baule abbandonato da molti anni in soffitta. Si tratta di una straordinaria testimonianza diretta della Prima guerra mondiale dal punto di vista di chi l’ha combattuta in prima linea, avendo avuto la fortuna di poterla raccontare dall’inizio alla fine.

Il materiale oggetto della narrazione non è certo inedito. Né sono mancate – soprattutto in occasione del centenario della Guerra 15-18, che si è spalmato dal 2015 al 2018 – le rievocazioni, la riscoperta di lettere, corrispondenze, fotografie e testimonianze di vario tipo, che ci hanno fatto rivivere, e in qualche modo hanno attualizzato, le tragiche vicende di un secolo fa.

Un materiale, però, così completo, uno spaccato così esaustivo e “in presa diretta” di ciò che realmente successe sul terreno di battaglia prima, durante e dopo la ritirata di Caporetto, e poi una descrizione così particolareggiata della contro-offensiva del Piave che portò alla sconfitta degli austro-tedeschi, all’armistizio e alla firma del trattato di pace, non sono facili da reperire nella pubblicistica sulla Grande Guerra.

E neppure nei romanzi (o nei film: da Uomini contro di Franco Rosi a Torneranno i prati di Ermanno Olmi), che certo non mancano, ma che aggiungono una visione personale e “romanzata”, o “cinematografica”, alla pura descrizione dei fatti. Tale descrizione è talmente forte di per sé nella prima parte del libro, in cui camminano in parallelo le vicende contemporanee e le pagine vivide del diario di guerra, che il lettore sarebbe tentato di saltare le pagine legate al ritrovamento del diario e tornare alle trincee lasciate in sospeso, con tutto il loro carico di sangue, sudore e lacrime.

La prima parte è anche quella più convincente e avvincente del libro. Una parte che potremmo definire “proletaria”, con il protagonista che racconta con crudo realismo la vita dei soldati in trincea e le terribili vicende legate alla disfatta di Caporetto. Nella seconda parte, quando entrano in scena gli Arditi di cui il protagonista sarà parte attiva, la storia prende una piega diversa.

La parte autobiografica legata all’oggi esce di scena e il diario diventa protagonista assoluto, accompagnato non solo dal susseguirsi dei fatti, di per sé più che eloquenti, ma anche da tutta la retorica legata alle imprese degli Arditi, a cui forse l’autore lascia uno spazio eccessivo (ad esempio riportando in nota i testi completi dei proclami di guerra e le motivazioni delle medaglie, che trasudano retorica da tutti i pori).

Intendiamoci: nulla di nuovo (salvo, forse, la parte – omessa volentieri dalla pubblicistica tradizionale – che descrive i rapporti fra le truppe e l’arma dei Carabinieri, utilizzata per contrastare i tentativi di fuga e di diserzione) ma una testimonianza forte che dà un’idea di ciò che avvenne sul campo, nella fascia pedemontana del Veneto e in Friuli Venezia Giulia, nei giorni della disfatta, del riscatto e della contro-offensiva.

In più il libro offre una serie di spunti di riflessione su ciò che ha significato il fenomeno “Arditi” nella storia italiana e sul peso avuto dall’“arditismo” nel dopoguerra. Se l’aura di coraggio, avanguardismo, elitarismo, sprezzo del pericolo, spirito di corpo si era rivelata tra gli elementi determinanti per ribaltare le sorti della guerra, grazie anche a un tributo non indifferente di sangue, subito dopo il conflitto fu utilizzata, prima da Gabriele D’Annunzio poi dal nascente fascismo, come combustibile per rinfocolare lo spirito nazionale, esaltandone le componenti estremiste e revansciste.

Salvo poi essere abbandonata a se stessa e confinata alla retorica post bellica quando si era dimostrata più un impaccio che una vera arma politica. In questo finirono per pesare anche le divisioni interne alle stesse associazioni di Arditi, incapaci di darsi una struttura e obiettivi ben definiti, tanto da chiudere la loro parabola in due tronconi destinati a finire nel nulla.

Ciò che invece ha continuato ad alimentarsi sotto la cenere, in parte confluendo nel fascismo, e poi tornando a riemergere dopo la Seconda guerra mondiale, è stata quella forma di esaltazione del militarismo e delle virtù “identitarie”, di retorica avanguardista, di autocompiaciuto coraggio e disprezzo del nemico, che è alla base di molti settarismi – di impronta chiaramente di destra – sopravvissuti al fascismo e alla fine dei partiti tradizionali, e che ha finito per influenzare i movimenti suprematisti e ultranazionalisti dei nostri giorni. Chissà se gli Arditi ne andrebbero fieri.