Bari, i suoi figli e le mani sulla città

Lo Strega 2015 va a “La ferocia” di Nicola Lagioia: “Un racconto alla Ellroy calato nella nostra realtà”, scrive la regista di “Qualcosa di noi” che lo suggerisce per…

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Esterno notte, una statale del sud. Una ragazza cammina al centro della carreggiata, è nuda e insanguinata.

Interno notte. Un povero cristo guida un furgone. I fari illuminano la ragazza nuda che barcolla davanti al suo mezzo, l’uomo sterza violentemente, il furgone si schianta contro il guardrail, si ribalta e cozza sul lato opposto.

Interno giorno, ospedale. Il povero cristo si risveglia dall’anestesia, un urlo lacera l’aria: durante l’intervento gli hanno amputato una gamba.

Comincia così il romanzo di Nicola Lagioia, La Ferocia, Einaudi.

Un inizio folgorante, degno di un film come Chinatown, diretto da Roman Polanski nel ’74 e scritto da Robert Town.

In una Bari fuori dall’estetica del mare e degli ulivi, soffocata dallo scirocco, l’autore racconta la storia di un costruttore e dei suoi quattro figli. Clara, la seconda, è una ragazza conturbante che, dopo un periodo di ribellione giovanile, sembra avviata verso un’esistenza borghese. Si sposa ma scivola lentamente in una doppia dimensione fatta di apparente rispettabilità e di autodistruzione disperata, di sesso mortificato e di cocaina, fino alla tragica notte sulla statale. Michele è il problematico fratello minore, figlio che il padre ha avuto da un’amante e accolto in famiglia, dopo la morte di parto della madre, con cui Clara stabilisce un rapporto speciale. In un clima di corruzione endemica, di ricchezza, di potere, nel mondo degli appalti e delle speculazioni edilizie, di ville costruite nei parchi verdi e di tecnici senza scrupoli, Michele conduce la sua inchiesta. Dopo una stagione di cure psichiatriche, dopo la fuga verso Roma, il figlio intruso torna a Bari con una gatta cui è molto legato. Un sostegno per affrontare gli orchi di una casa in cui si sente figlio di seconda mano, un esserino di cui occuparsi per lenire il dolore della morte della sorella e la solitudine con cui fa i conti da sempre. Ma gli orchi sono distratti, lasciano la porta aperta e la gatta si perde. Lo scontro con la strada sarà durissimo. I notabili baresi, con le loro doppiezze e perversioni, saturi di potere e di droga, sono contemporanei ma allo stesso tempo sembrano vivere in un classico hard boiled americano. Michele diventa l’occhio dolente che spia l’intimità torbida della classe dirigente, fino a sciogliere i nodi di una magnifica storia nera.

Il cinema italiano soffre spesso di trame prive di pensiero. La ferocia potrebbe essere un racconto tipico dei romanzi di James Ellroy, perfettamente calato nella realtà di una città italiana del nostro tempo. Sarebbe un bellissimo film.

Wilma Labate

Regista, sceneggiatrice, i suoi film sono spesso caratterizzati da forti tematiche sociali. Debutta nel ’92 con Ambrogio, seguono La mia generazione, Domenica, i film collettivi Un altro mondo è possibile e Lettere dalla Palestina, Maledettamia, Signorina Effe, Qualcosa di noi.

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