Brecht ora è un film. Un’opera-mondo per la tv (tedesca) passata alla Berlinale

Presentato alla Berlinale come evento speciale “Brecht” di Heinrich Breloer, un’opera-mondo di 187 minuti che sfida il tabù di rappresentare il grande scrittore e drammaturgo. Tra pubblico e privato, tra Storia e storie, attraverso il dramma del Novecento in una messinscena corretta e divulgativa. Un po’ come ha fatto Raoul Peck per Karl Marx giovane. Tom Schilling e Burghart Klaubner nei panni di Brecht giovane e anziano…

Basti il nome: Bertolt Brecht. Più semplicemente, Brecht. Scritto a caratteri cubitali sul poster del film di Heinrich Breloer, il biopic definitivo sullo scrittore presentato alla Berlinale come evento speciale. Un’opera-mondo di 187 minuti, prodotta da Bavaria Fiction insieme a varie emittenti, che verrà trasmessa in due parti dalla televisione tedesca nel corso dell’anno.

Breloer sfida il tabù Brecht, mai portato sullo schermo in questo modo, con legittima ambizione, come aveva fatto Raoul Peck per Karl Marx giovane: il regista si applica alla biografia dello scrittore, nato nel 1898 e morto nel 1956, rivoluzionario del teatro e costretto a sopravvivere ai drammi del secolo, a passare per guerra e dittature, finendo nelle reti dell’anticomunismo e della Stasi.

Il racconto si apre nel 1956, l’anno dalla morte a Berlino Est: a ritroso, attraverso flashback e salti temporali, vediamo il protagonista adolescente ad Augusta nell’arco della Prima guerra mondiale, quindi nella Berlino degli anni ’20 alla vigilia dell’avvento del nazismo.

Dalle prime poesie giovanili fino all’abbandono di ogni fascino verso il nazionalismo (postulato in un famoso tema scolastico), il giovane Bertolt forma gradualmente la scrittura e il suo carattere, prima sicuro di sé e poi assillato da dubbi per i colpi della politica. Avvenuta la “hitlerizzazione” della Germania lo scrittore va in esilio, fugge negli Stati Uniti fino al noto interrogatorio della Commissione per le attività antiamericane nel 1947, sospettato di essere comunista. A quel punto il ritorno in Germania Est, con la fondazione del Berliner Ensemble che diviene presto una della maggiori compagnie teatrali europee.

Il racconto percorre la sua parabola concentrandosi sui rapporti con le donne, in particolare con la moglie Helene Weigel (Lou Strenger) che interpretò il ruolo di Madre Coraggio, e l’assistente Ruth Berlau che ne divenne amante, qui raffigurata in Trine Dyrholm.

La Storia si mescola con il privato in questa riscrittura di Brecht, dipinto come pensatore indomito, autonomo e ostile al compromesso, che prende forma nel volto di Tom Schilling e solo negli ultimi anni “diventa” Burghart Klaubner. Il film assolve il suo intento divulgativo che è evidentemente l’obiettivo principale, restituendo un Brecht come pensiamo che sia, ardito e anticonformista, offrendo complessità e dilemmi interiori costruiti a tavolino.

I ripetuti innesti documentari come le interviste, se da una parte rendono omaggio all’artista attraverso le parole dei “brechtiani”, dall’altra parte formano una confusione stilistica con la materia di finzione, restando il racconto essenzialmente incerto tra fiction e documentario. L’autore dell’Opera da tre soldi, dunque, trasfigura in una messinscena corretta per la prima serata televisiva.