Camilleri in salsa western. Tavarelli fa centro con “La mossa del cavallo”, su Raiuno

In onda lunedì 26 febbraio su Raiuno in prima serata, “La mossa del cavallo. C’era una volta Vigata”, film-tv di Gianluca Maria Tavarelli, dall’omonimo romanzo storico di Andrea Camilleri. Nella Sicilia dell’ispettore Montalbano, ma oltre un secolo prima – nel 1877 – l’ispettore ai mulini (Michele Riondino) dell’odiato governo piemontese dovrà vedersela con l’universo proto-mafioso della regione. Un vero piccolo capolavoro in chiave western …

Manca la musica di Ennio Morricone, anche se quella di Ralf Hindelbeutel non la fa rimpiangere. Per il resto lunedì 26 febbraio, in prima serata su Raiuno, tutti sul divano, con pop corn regolamentare, e godetevi lo spettacolo.

Alla seconda scena, classico arrivo della carrozza che preannuncia il personaggio chiave: particolare sulla porta che si apre, stivali sul predellino, a terra, la macchina che sale lentamente a illustrarci la divisa in tutto il suo fulgore di regio ispettore ai mulini. Solo che la faccia non è quella inespressiva di Clint Eastwood e nemmeno quella ghignante che mette paura al primo sguardo, di Charles Bronson. Ma è il nostro eroe e quindi lo adottiamo subito, col pizzetto che fa tanto risorgimento.

E lui non ci delude, come un buon eroe western che si rispetti. Del resto, siamo nel 1877, gli stessi anni della grande epopea dei conestoga che vanno a Ovest portando immigrati europei in cerca di fortuna, cow boy che guidano mandrie nelle sterminate pianure, sceriffi coraggiosi e sceriffi canaglie, avventurieri, donnine allegre, e ogni genere di eroi solitari e farabutti che la fantasia possa partorire.

La scelta del regista Gianluca Maria Tavarelli, di maneggiare il libro di Andrea Camilleri, La mossa del cavallo (Sellerio) in un western di casa nostra, appare convincente. E per non lasciare dubbi, sottotitola “c’era una volta a Vigata”, evocazione non troppo nascosta appunto di quel capolavoro che è C’era una volta il west, di leoniana memoria.

Spiega Tavarelli: “Per la sua particolarità mi è subito sembrato che una trasposizione lineare del romanzo ne potesse in qualche modo compromettere l’originalità. Aveva bisogno di una visione e di un punto di forte per essere raccontato”.

Unico romanzo storico di Andrea Camilleri portato sul piccolo schermo (un film invece è stato tratto da La scomparsa di Patò con Neri Marcorè e Nino Frassica) è un vero piccolo capolavoro, al pari, tanto per ricordare altri titoli della serie storica, La bolla di componenda, o La concessione del telefono.

Solo che quello che in Camilleri è chiaroscuro, sottinteso, ti vedo e non ti vedo, allusione, qui viene amplificato, esasperato quasi dalla luce accecante del sole siciliano e dalle tinte forti che lo stereotipo assegna all’isola e ai suoi abitanti. Il prete è corrotto, laido, porco e simoniaco; la vedovella col petto straboccante, che si è ripassata tutti i notabili del paese e che ora fa marchette pagate in oggetti di valore proprio col prete che non esita, per pagarla, a depredare la Chiesa, è tanto bella quanto… allegra? ma il termine non rende abbastanza. Fate voi. Il padrino gronda sangue dai canini. E via via fino agli scherani, cattivi e anche brutti fino ai deformi.

Breve sintesi per non sciupare la sorpresa di due ore di spettacolo che passano in un lampo.

Siamo appunto nel 1877, nella Montelusa destinata oltre un secolo dopo a diventare teatro delle gesta del commissario Montalbano. Il governo degli odiati torinesi, impone ai contadini e agli agrari la tagliola della tassa sul macinato. Una imposta, manco a dirlo, odiata più nella realtà storica di quanto non appaia nella fiction televisiva. E naturalmente imposta odiata, imposta elusa. Ed ecco allora l’ispettore ai mulini, il nostro Michele Riondino, guarda caso, quello del giovane Montalbano, mandato per mettere ordine e far pagare il dovuto. Sapendo che ben due predecessori sono stati eliminati, uno dato in pasto ai pesci e uno addirittura ai cani, il povero ispettore, ragioniere Giovanni Bovara, di origini siciliane, ma cresciuto a Genova e con precedenti professionali a Modena, Reggio Emilia, sbarca portandosi dietro il “manuale della diffidenza”, nonché il saggio “come rendersi antipatici e stare sulle palle a tutti”.

E come ci riesce! Anche perché, bisogna, dirlo, è bravo, ce la mette tutta e uno a uno scopre gli altrini, scopre gli inciuci e gli inguacchi che legano l’universo proto-mafioso di Montelusa, dove quasi tutti sono coinvolti in una gigantesca truffa ai danni dello Stato: il signorotto locale in primis, Memé Moro, ai cui ordini scattano ubbidienti e timorosi, l’avvocato, i poliziotti, i picciotti, nell’omertà diffusa della popolazione che o non sa, o non vuol sapere.

E tanto rompe, il Nostro, che alla fine i cattivi decidono di eliminarlo coinvolgendolo nella morte del prete di paese, padre Carnazza (nomen omen). Come uscirne? Alla fine a salvare l’eroe saranno le sue origini siciliane. Arriva ai primi di settembre e non capisce… una minchia, si dice in dialetto, ma già verso le fine di ottobre, con corso accelerato di siciliano (ogni tanto qualche sottotitolo alla Gomorra non avrebbe guastato) che nemmeno la Berlitz, ne coglie ogni sfumatura, ogni doppio senso, sì da poter fare “la mossa del cavallo” che rompe lo schema di gioco altrui e gli salva vita e carriera.

Potente affresco supportato da fotografia, costumi, scenografie come si conviene a una produzione (Palomar con Rai fiction) che non ha badato a spese, induce a due riflessioni più generali.

Una di carattere storico, in quanto Camilleri sembra schierarsi con gli studiosi che interpretano l’unità d’Italia come una conquista da parte del Piemonte e i piemontesi e nordici in generale come truppe d’occupazione, come del resto anche Tomasi di Lampedusa ne Il gattopardo. Guarda caso l’unico alleato o quasi del Bovara è il procuratore Rebaudengo, (peraltro fatto subito fuori appena comincia a turbare gli equilibri mafiosi) uno che senti il cognome e vai a ordinare una cioccolata calda al bar Il cambio di Torino.

L’altra osservazione è sul pessimismo disperato di Camilleri sulla sua terra, la sua gente. Ci sono eroi solitari che ce la mettono tutta, ma invano, giustizia piena non sarà mai fatta.

Che resta alla fine? Come Montalbano, anche Bovara si tuffa nelle acque del mare, e nuota, nuota, nuota, nella speranza illusoria di cancellare la sporcizia nella quale è stato immerso.


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