A Casal di Principe, quel giovane attore in cerca della verità. Da trent’anni

“Nastro della legalità” a “Nato a Casal di Principe” il film di Bruno Oliviero ispirato all’omonimo libro di Amedeo Letizia sulla sparizione del fratello Paolo, giovane imprenditore casertano “scomparso” nel 1985. Il riconoscimento è assegnato dal Sindacato giornalisti cinematografici (SNGCI) in collaborazione col Festival “Trame” di Lamezia Terme dove domenica 24 giugno, in chiusura di rassegna, sarà consegnato il Nastro. Con  Alessio Lapice, Massimiliano Gallo, Donatella Finocchiaro, il film è passato in sala e fuori concorso a Venezia 2017 …

E se una volta tanto provassimo a definire un film per sottrazione? Si parla di Nato a Casal di Principe, la pellicola firmata da Bruno Oliviero, presentata fuori concorso a Venezia 74 . E ispirata alla storia – alla tragica storia – di un ragazzo, Paolo Letizia, fatto sparire dalla camorra ventotto anni fa. Senza un chiaro motivo. Una storia che il fratello più grande di Paolo, Amedeo, ha raccontato in un bel libro, scritto a quattro mani con una giornalista di Repubblica (minumum fax).

Raccontare il film per sottrazione, si diceva. Proviamo.
Innanzitutto, quell’ora e quaranta di racconto non sono un “docufilm”. Probabilmente perché non era quella l’intenzione: non lo era del libro, non lo è della pellicola. Qui, insomma, la narrazione non va avanti per “fatti”, per episodi. Se possibile, va avanti per “non fatti”. Per silenzi.

E ancora. Nato a Casal di Principe non ha neanche l’ambizione dell’inchiesta. Non svela nulla, insomma, che già non si sapesse su quel pezzo di Campania di cui ha parlato Saviano e dopo di lui tanti altri.

E non c’è nemmeno la denuncia, così come siamo abituati a leggerla, a vederla. O meglio c’è la denuncia su un sistema criminale che soffoca un’intera comunità. Ma è un elemento che è dato per scontato, che viene percepito come immutabile. Sta lì.

E allora? Si potrebbe pensare che il centro del film sia Paolo – il figlio ventenne di una “normale” e ricca famiglia di imprenditori, che non ha mai avuto a che fare con la camorra ma che sa bene chi comanda – che scompare una sera di settembre di 28 anni fa. Da allora nessuno ne ha saputo più nulla, il suo corpo non è stato mai trovato.

Qualche anno fa – ma questo non c’è nel film – un pentito ha fatto riaprire il “cold case”, un caso – l’hanno sottolineato anche i magistrati che hanno ripreso in mano i fascicoli – segnato da tante, troppe colpevoli “distrazioni” dei primi inquirenti. E tre anni fa, per l’omicidio di Paolo, sono stati condannati due esponenti del clan dei Casalesi.

L’hanno eliminato, allora. Ma per che cosa? Ai loro occhi era “colpevole” di cosa? Non si saprà. Non si saprà mai con esattezza. Lui, Paolo, che aveva gli atteggiamenti un po’ da “guappo”, qualche piccolo problema con la giustizia, forse aveva pestato i piedi a qualcuno. Forse anche meno, uno sguardo sbagliato, un saluto non riverente ad un boss. Non si saprà mai con esattezza.

Non riuscirà neanche a scoprirlo il fratello Amedeo (col volto di Alessio Lapice) che nei giorni successivi alla scomparsa si reimmerge nell’assurda quotidianità di Casal di Principe. Lui che invece dopo una gavetta come protagonista di fotoromanzi, voleva lasciare quei posti e stava per fare il salto nel cinema, a Roma (salto che farà, prima come attore – I ragazzi del muretto –  e oggi come produttore, anche di questo lavoro di Bruno Oliviero).

E sono forse quelle giornate, quelle atmosfere il vero centro del film. Dove il confine fra le regole imposte dalla camorra e quelle di cui si è dotata la comunità per sopravvivere si sovrappongono, si confondono. In un’omertà asfissiante. Dove le armi girano dappertutto, anche fra i buoni. Dove non c’è speranza. Dove le scelte di vita dipendono esclusivamente dal caso. Da un incontro, da un’amicizia. Da coincidenze. Fortunate o sfortunate.

Il tutto dentro una cappa soffocante. Qui sta forse la parte più interessante della pellicola. Che concede qualcosa – poco in verità – al grande pubblico televisivo ma restituisce soprattutto la claustrofobia del vivere a Casal di Principe. La fabbrica-deposito della famiglia Letizia, la loro casa ma anche le campagne appena fuori Casale dove cercano il ragazzo, così come i dialoghi fra gli attori: tutto è chiuso, stretto. Asfissiante.
Chi vuole respirare se ne deve andare. Trent’anni fa. E forse ancora oggi.

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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