C’è aria nuova a Londra. Non è la Brexit ma il ritorno alla grande di Mary Poppins

Nelle sale dal 20 dicembre (per The Walt Disney Company Italia) “Il ritorno di Mary Poppins”, sequel dello storico film del ’64. Nei panni della tata più celebre del mondo, nata dalla penna dell’australiana Pamela Lyndon Travers, una Emily Blunt un po’ arcigna e dai pochi sorrisi, ma comunque brava a cantare e ballare. Un musical miracoloso come non si vedeva da tempo. Altro che “La La Land!”. E c’è pure una marcia finale dei “lampionai” che è una sorta di «quarto stato» in forma di danza…

 

Quell’antipatica di Mary Poppins fa il miracolo e Disney sforna un musical come non si vedeva da tempo, altro che La La Land! Antipatica Mary Poppins? Beh, almeno nella versione di Emily Blunt – che pure è brava a cantare e ballare – ma che non sprizza simpatia è sempre un po’ arcigna, non sorride quasi mai e assomiglia più a un’istitutrice severa che alla dolce fatina che aveva il sorriso di Julie Andrews.

Insomma, qualche anno è passato da quel 1964, in cui Mary Poppins scese dalle nuvole veleggiando con il suo ombrellino nel film che diresse Robert Stevenson, a questo Il ritorno di Mary Poppins del 2018, sempre targato Disney e firmato da Rob Marshall. Anche nella storia, dove si passa dal 1910 agli anni Trenta del secolo scorso, e Michael e Jane Banks – gli allora ragazzini accuditi dalla magica tata creata dalla scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers – sono cresciuti.

Fratello e sorella li ritroviamo nella stessa casa di Viale dei Ciliegi n.17 e con loro vivono due bambini e una bambina, figli di Michael (Ben Wishaw) – la moglie Kate è morta – : sono Annabel, John e Georgie, anche loro bisognosi di una tata che li accudisca e stemperi le difficoltà di una crescita senza mamma e un po’ sbandata.

Jane, la zia (Emily Mortimer), seguendo le orme della madre che era una suffraggetta, è impegnata nella militanza sindacale a favore dei lavoratori; Michael, il padre, come da tradizione di famiglia, lavora in banca (Banks, nomen omen) ma è un’artista mancato, il suo impiego è precario e le cose non vanno affatto bene. D’altronde, nei Trenta, la crisi – quella storica del 1929 – si fa sentire. Così l’attuale direttore (Colin Firth) della Banca di Credito, Risparmio e Sicurtà di Londra gli manda a casa gli avvocati per pignorare l’immobile in cui la famiglia è cresciuta e vive. Ci sarebbe un vecchio certificato che testimonia il possesso di azioni della banca che potrebbe toglierlo dai guai, ma Michael non riesce a trovarlo e, tra le cianfrusaglie della soffitta, l’unica cosa che salta fuori è un vecchio aquilone.

L’aquilone, finito nel bidone dell’immondizia, è una specie di hitchcockiano McGuffin che – succedeva anche nel primo film – si rivelerà il motore della storia. Vola in cielo e guarda caso si va a impigliare nella svolazzante Mary Poppins (Emily Blunt) che è costretta a scendere sulla terra, tornare nella stessa casa, rimettersi all’opera e, un po’ con le sue magie, un po’ con le sue sentenze e precetti, aiutare «figli» e «nipoti» a sbrogliare la situazione.

Come nell’originario Mary Poppins a darle più di una mano ci pensa un’aggiornato Bert (allora interpretato dallo straordinario Dick Van Dyke) che oggi si chiama Jack e, invece del tuttofare (da musicista di strada a spazzacamino) fa il lampionaio (accende e spegne le lampade stradali a gas) ed è interpretato dal bravissimo attore e cantante Lin-Manuel Miranda. Alla fine, manco a dirlo, il prezioso certificato azionario salterà fuori e salverà casa e cavoli. Su dov’era «nascosto» e su come verrà ritrovato non vi roviniamo il gusto di arrivarci da soli, andandovi a vedere il film.

Che merita e come di essere visto. Se non altro, e non è poco, per gli eccellenti numeri musicali. Se le canzoni non sono all’altezza delle indimenticabili Supercalifragilistichesperalidoso, Cam Caminì e Con un poco di zucchero la pillola va giù, di Richard e Robert Sherman e di Irwin Kostal, la colonna sonora di Marc Shaiman e Scott Wittman è di tutto rispetto, e coreografie e balletti di grande effetto (la marcia finale dei lampionai è una sorta di «quarto stato» in forma di danza).

Molte le analogie e similitudini con la prima Mary Poppins: a cominciare dal prologo affidato a Jack che balla e canta, annunciando l’arrivo di «un’aria nuova su Londra» – che non è la Brexit ma Mary Poppins – fino alla lunga sequenza animata in 2D con la compresenza degli attori – nel film del 1964 fu quasi un’assoluta e stupefacente novità -.

E poi ci sono i «camei». Da una fantastica Meryl Streep che fa una streghetta che vive in una casa rovesciata – così come lo Zio Albert (Ed Wynn) nel primo film offriva il tè appeso al soffitto – alla venditrice di palloncini – appesi ai quali, nel finale, voleranno tutti in cielo come in Miracolo a Milano – interpretata da Angela Lansbury. E a quello più atteso: Dick Van Dyke che spunta a sorpresa nei panni del banchiere Mr. Dawes (li aveva vestiti, in un doppio ruolo, anche nel film di Stevenson) e si mette a ballare – a 92 anni – sulla scrivania della banca.

E infine c’è una Londra ricostruita in digitale, con i panorami dell’epoca (le uniche emergenze allora erano il Big Ben, Saint Paul e il Tower Bridge (senza gli affollati grattacieli di acciaio e vetro e le ruote panoramiche di questi anni da archistar), sovente – come si conviene – livida e nebbiosa. Nel film del 1964, Walt Disney affidò gli sfondi dipinti, su cui volava Mary Poppins, al matte artist Peter Ellenshaw, un genio della pittura e dell’illustrazione (lavorò con Alexander Korda, Powell e Pressburger, Kubrick). Il film di oggi gli rende un giusto omaggio facendo scorrere i titoli di testa su alcuni dei suoi straordinari dipinti.

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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