C’è un “Fiore gemello” nel cinema italiano. Che piacerebbe a Ken Loach

In sala dal 6 giugno (per Fandango) “Fiore gemello” di Laura Luchetti presentato in anteprima a Toronto e poi in tour da un anno per festival internazionali. Sardegna, oggi: Anna è una giovane in fuga che incontra Basim, un ragazzo ivoriano clandestino in Italia. La regista disegna una storia di vicinanza interiore con un attore, Kalilil Khone, arrivato su un barcone poco prima delle riprese. Il film ipotizza un umanesimo di minoranze intrecciate tra loro. E piacerebbe a Ken Loach. Passato alla scorsa Festa di Roma nella sezione Alice …

Il film inizia con una fuga. C’è una figura che sta scappando, da qualcuno o qualcosa: è Anna (Anastasya Bogach), ragazza di tredici anni che ha subito un trauma e inizia a vagare sullo sfondo del paesaggio sardo. Il movimento vorticoso segna l’incipit di Fiore gemello, secondo film di Laura Luchetti dopo Febbre da fieno del 2010, già presentato al Festival di Toronto e ora alla Festa del cinema di Roma, nella sezione Alice nella città.

Storia di un incontro: Anna trova Basim (Kalilil Khone), giovane nero, immigrato appena arrivato dalla Costa d’Avorio. In teoria agli antipodi: lui clandestino, lei figlia di un trafficante di uomini. Lui la difende dall’assalto di un gruppo di ragazzi, da quel momento saranno insieme.

C’è una peculiarità ineludibile nel lavoro di Luchetti, che interviene ancora prima della visione: Khone è un vero migrante ivoriano, arrivato su un barcone proveniente dalla Libia pochi mesi prima dell’inizio delle riprese. “L’Italia era il suo unico obiettivo – racconta la regista -, lo vedevo muoversi e recitare durante il provino: ha un dono, un talento ruvido, uno sguardo che si porta dietro un orrore che non possiamo immaginare”.

Anche l’altra protagonista è immigrata: Anastasya Bogach è un’ucraina giunta nel nostro Paese a bordo di un tir quando aveva quattro anni. La regista romana, dunque, rinnova la tradizione degli attori non professionisti iscritta nella Storia del cinema italiano, in particolare nella stagione neorealista: e un possibile neorealismo oggi, a suo avviso, non può che riguardare i migranti.

Il racconto aggira la retorica con una trovata semplice ma efficace: Anna non parla. La ragazza, traumatizzata dall’evento di cui veniamo a conoscenza gradualmente, si è rifugiata nel silenzio. Basim si esprime in italiano embrionale e soprattutto francese: il loro incontro si configura quasi come una pantomima, rapporto senza parole che prescinde dallo scambio verbale e insinua una vicinanza più astratta, sentimentale, quasi ideologica nella comunanza di due deboli. Gemelli, appunto, ma anche fiori. Anna lavorerà nel vivaio gestito da Giorgio Colangeli, avamposto di solidarietà, dove Basim non può operare perché non ha documenti.

Luchetti scolpisce l’intreccio nel paesaggio brullo della Sardegna, scelta voluta lontano dalle grandi città, nell’entroterra dell’isola che diventa teatro astratto per ospitare i movimenti interiori dei personaggi (una geografia dell’anima, la definisce l’autrice): anche qui c’è razzismo, Basim viene insultato, ma quasi en passant, perché non il punto della questione che risiede sempre nell’intesa tra gli ultimi. In un rovesciamento dell’archetipo dello straniero, qui è che Basim “accompagna” Anna, anello debole da sostenere; la giovane è sempre inseguita da qualcosa, simbolicamente, ha un uomo da cui scappare.

Il loro sodalizio gradualmente si fa interiore e diviene sentimentale. Intrecciano un legame: si avvicinano e perfino amano. La scena d’amore nella vasca da bagno precede il presunto avvitamento drammatico nel finale che però, con una scelta acuta, il racconto lascia in sospeso: Basim giura di proteggere Anna, se ci riuscirà non è dato sapere, la risposta va oltre lo schermo. Ma c’è un segno decisivo: la storia iniziata con una fuga finisce con i due che camminano insieme. Decreta un’alleanza. Respinge la solitudine. Ipotizza un umanesimo di minoranze intrecciate tra loro. È un film che piacerebbe a Ken Loach.