Cenerentola nella Napoli noir della camorra. Ora corre per l’Oscar

“Gatta Cenerentola” è tra i 26 titoli in gara agli Oscar 2018 come miglior film d’animazione. Lo ha annunciato l’Academy pubblicando la lista delle opere iscritte in competizione per l’entrata nella shortlist finale che verrà annunciata con le altre nomination il 23 gennaio. Il film di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone è tratto dalla novella di Giambattista Basile contenuta ne “Lo cunto de li cunti”. I registi reinstallano la fiaba in una Napoli del futuro che ha le stesse ferite dell’oggi, la violenza e la criminalità…

La stessa squadra de L’arte della felicità adatta La gatta Cenerentola, storia di Giambattista Basile contenuta ne Lo cunto de li cunti: Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone riscrivono e mettono in animazione 3D la novella basiliana, versione seicentesca di Cenerentola prima di Perrault e Grimm, già rappresentata a teatro da Roberto De Simone. Il film arriva in sala giovedì 14 settembre, per Videa, dopo il passaggio all’ultimo Festival di Venezia.

L’enorme nave Megaride staziona nel porto napoletano, rappresentando per metonimia una Napoli del futuro: qui un imprenditore illuminato, chiamato Basile in citazione allo scrittore, immagina di costruire il Polo della Scienza e della Memoria e sposare la donna che ama. Un progetto grandioso, osteggiato da Salvatore Lo Giusto detto ‘o Re, che programma ed esegue il suo omicidio proprio nel giorno delle nozze: ottiene così il comando della nave mentre la più giovane figlia di Basile, Mia detta Cenerentola, resterà imprigionata nella stiva. Da florida nave, sogno di un novello Olivetti, l’imbarcazione cade in disarmo.

Gli autori inscenano una città futuristica che ha le stesse ferite dell’oggi: dinanzi a un piano umanista, che guarda alla società e alle persone, interviene la mano pesante della criminalità organizzata stroncando ogni possibilità, imponendosi con la forza, governando col terrore. L’utopia si trasforma in distopia, nel brusco scivolamento in dittatura che rinchiude i cadaveri dei dissidenti nella stiva della nave. È allora che si sviluppa, anche qui, la parabola di Cenerentola: la giovane ormai cresciuta non rammenta il passato e, alle soglie della maggiore età, viene scelta da ‘o Re come sua sposa. Sarà, per tradizione, il ruolo decisivo di una scarpa a indirizzare il corso degli eventi…

Nonostante la reinstallazione della fiaba la chiave non sta, in Gatta Cenerentola, nella mera esposizione degli eventi. È piuttosto nella sua costruzione peculiare: attraverso questa ipotesi di animazione i registi offrono continue metafore, tutte visive, per esempio – dopo il “colpo di Stato” – la fuliggine perenne che ricade sui personaggi collocandoli in un domani post-atomico, letteralmente in cenere.

È un film di forme e figure, anche leggibili, come il merlo che smette di cantare, o stratificate e complesse come la memoria di Cenerentola che ritorna sottoforma di ologrammi impressi in trasparenza. Se i simboli riscuotono effetti semplici, però, essi sono evidentemente il frutto di un lungo lavoro di preparazione: è così che tutto, in 86 minuti, suona curato nel dettaglio, il particolare diventa essenziale, il cotè visivo è ricco e pieno in ogni sfumatura (vestiti, espressioni dei volti, minuzie della nave, toni dell’ambiente).

Il racconto viene principalmente recitato in dialetto, incontrando il teatro partenopeo, comprese le asperità e parolacce; le canzoni napoletane sono la soundtrack perenne che accompagna il narrato, con gli autori (Antonio Fresa e Luigi Scialdone) che interpretano brani tradizionali come Te voglio bene assaje riscritto in chiave swing.

Nei suoi simboli lievi, nell’arte dell’affabulazione il film racconta una storia atavica impaginandola con tecnica contemporanea. È anche un noir napoletano che contiene un triangolo omicida, vicino agli epigoni di Gomorra e al cinema di Antonio Capuano, dunque prossimo al nostro tempo. Magnifici i titoli di coda, che seguono il movimento vertiginoso del pesce/merlo, il quale sfiora le figure principali della storia e così porge omaggio alla favola appena raccontata. Una via italiana all’animazione.

Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico

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