“Il contagio”, quel che resta di Walter Siti. Nel film

In sala dal 28 settembre (per Notorious Pictures) “Il contagio”, rilettura del romanzo di Walter Siti firmata dalla coppia Botrugno-Coluccini, passato alle Giornate degli Autori. I due registi romani di “Et in terra Pax” mettono in secondo piano l’ossessione amorosa tutta al maschile del romanzo, privilegiando l’approccio “sociologico” alla borgata romana. Partono da Siti, insomma per andare da un’altra parte…

 

È un Walter Siti passato in candeggina quello de Il contagio (leggi recensione del libro), seconda prova di regia per la coppia Botrugno-Coluccini, visto in concorso alle Giornate degli Autori e in sala dal 28 settembre, per Notorious Pictures.

Un contagio ripulito dall’ossessione, l’ossessione amorosa declinata tutta al maschile, che tra coca, malavita e sesso mercenario è la cifra esistenziale del libro. Limitata, invece, nel film alla sola relazione tra il professore (Vincenzo Salemme) e il palestrato marchettaro Marcello (Vinicio Marchioni). Un contagio ripulito anche dal cinismo, quello durissimo, dei tanti personaggi, spacciatori, “intrallazzoni”, prostitute, negozianti e malavitosi ai quali i due registi romani rivologono uno sguardo “sociologico” e “commosso” (parole dello stesso scrittore). Usando, insomma, il romanzo”d’amore” di Walter Siti per andare da un’altra parte.

La prova dell’opera seconda, si sa è la più difficile, soprattutto se si è fatti notare parecchio, come nel loro caso che, con Et in terra Pax hanno tracciato il loro credo di borgata, narrandone una delle peggiori, Corviale, scenario dolente di una storia di solitudini ed isolamento, in cui scopriamo il lato umano e disumano dei giovani (senza futuro) che la vivono.

La strada che dal Serpentone sulla Portuense porta, idealmente, al caseggiato popolare di via Vermeer, dunque, ai due registi deve essere sembrata naturale da imboccare. Un ulteriore tassello alla loro poetica “pasoliniana” a partire da un autore come Walter Siti che del poeta corsaro è pure illustre studioso. E che a distanza di cinquant’anni, con questo romanzo torna tra i ragazzi di vita per raccontarne la mutazione genetica, nello scenario di quelle borgate romane dove alla luce delle tv sempre accese, è avvenuto il “contagio”, l’osmosi tra centro e periferia, la mutazione antropologica che ha portato – parole di Siti – non le borgate ad imborghesirsi, ma la borghesia ad imborgatarsi.

Quel “mondo di mezzo” romano, insomma, che lo scrittore anticipa di anni su “mafia capitale” e che la coppia Botrugno-Coluccini esplicita nel personaggio di Mauro (Maurizio Tesei), il borgataro che ce l’ha fatta, il Buzzi o il Carminati che si è arricchito sfruttando la tragedia dei migranti, per conto del boss della camorra e che dalla borgata se n’è andato in Prati.

Eppure Mauro, come il professore o Marcello (per non parlare delle figure femminili) restano personaggi in lontananza. Alleggeriti, evidentemente, fin troppo da quel loro carico esistenziale (a partire dalla relazione omosessuale che li lega fra loro tre) che ne caratterizza personalità e spessore nel libro. Mentre persino la “storia” tra Marcello e il professore sembra un rapporto tra educande.

Il loro “inferno” interiore (ed esteriore) non riesce mai ad essere credibile, tanto meno nella crudeltà (la scena di Mauro “pippatissimo” che strattona la sua amante radical-chic per un braccio come massima espressione di violenza è esemplare). E non aiuta la narrazione, discontinua, sulle corde della commedia in partenza e poi su quelle del dramma, carico di scene madri, fino all’apice, quasi biblico della lapidazione di Marcello.

Walter Siti arrivato al Lido per l’occasione ha detto: “Non ho voluto avere niente a che fare col lavoro dei due registi. Libri e film sono opere autonome senza alcun dovere di fedeltà. Del resto quanti Edipi esistono oramai… E non avrebbe alcun senso che Sofocle si lamentasse”. Ma forse noi lettori di Walter Siti sì.

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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