“Corniche Kennedy”, la libertà in un tuffo

In sala dal 15 giugno “Corniche Kennedy” di Dominique Cabrera, tratto dal’omonimo romanzo (ancora inedito in Italia) della celebre scrittrice francese Maylis de Kerangal. Un racconto di formazione, dalla cornice poliziesca, tra i ragazzi dei quartieri popolari di Marsiglia che si tuffano dal lungomare a strapiombo. Distribuisce la Kitchenfilm di Emanuela Piovano. Da vedere…

 

Maylis de Kerangal prima di Riparare i viventi (Feltrinelli), il romanzo della celebrità che pure è diventato un film. Ma già intensa narratrice di mondi sospesi tra realismo e mito, documentarismo e poesia.

Parliamo di Corniche Kennedy, infatti, libro del 2008 (Feltrinelli lo sta traducendo) diventato un film per la regia di Dominique Cabrera, autrice francese di origini pied-noir (nata in Algeria nel ’57) che al cinema della realtà, soprattutto, ha regalato racconti di periferia, di scioperi, di tentativi d’integrazione e politica.

Un cinema dal carattere forte che ritroviamo anche in questo adattamento del romanzo di Maylis de Kerangal, racconto di formazione dai contorni polizieschi, ambientato a Marsiglia, tra cielo e mare, dove è la generazione senza futuro dei ragazzi delle periferie a fare la parte da protagonista.

Giovani che cercano il riscatto, il loro momento di gloria, l’adrenalina, tuffandosi dalla passeggiata panoramica (la Corniche Kennedy del titolo) a strapiombo sul mare, rischiando la vita ogni volta. Ma alla fine non più di quanto lo sia affiliarsi ai racket dello spaccio, unica prospettiva lavorativa da queste parti.

È qui, infatti, che incontriamo Marco, Awa, Medhi, figli di quel sogno multiculturale, messo all’angolo dalle mancate politiche di integrazione che, in Francia come nel resto d’Europa, offre braccia alla malavita, quando non addirittura alla violenza integralista.

Marco, in particolare, nel giro della coca c’è finito da parecchio. È il suo lavoro da tempo, fa l’autista e il corriere per un boss locale che la polizia sta cercando d’incastrare, seguendo le mosse del ragazzo.

Eppure su quel lungomare, sospeso a decine e decine di metri d’altezza, Marco, Awa, Medhi e gli altri si trasformano in eroi, re e regine dei tuffi, quasi personaggi del mito nell’azzurro accecante del Mediterraneo. Dominique Cabrera sceglie, infatti, di filmare i suoi protagonisti, veri “tuffatori marsigliesi” che hanno collaborato anche alla stesura dei dialoghi (c’è stato un lungo laboratorio prima delle riprese), lontano dallo squallore dei quartieri popolari del loro quotidiano. Quelle stesse periferie, invece, tanto amate da certo cinema italiano di questi giorni – e pure osannato dalla critica – , che si nutre dei più consumati cliché sulle borgate e il disagio giovanile, sempre raccontati dalle terrazze dei Parioli.

Dominique Cabrera, che le banlieues le conosce bene, fa “salire” i suoi protagonisti abituati alla vita dal “basso”. Sopra alla Corniche quei ragazzi di periferia, coi loro tuffi sono capaci di cose “straordinarie”, così straordinarie da annullare persino le differenze di classe. Lo sa bene Suzanne, infatti, (Lola Créton, unica attrice professionista del gruppo), figlia dei quartieri alti, che proprio in quel gruppo di tuffatori cercherà la sua indipendenza dalla famiglia ricca ed opprimente, trovando anche l’amore, che nascerà come un delicato e sensuale triangolo. Perché Corniche Kennedy è anche un film di corpi, che la regista ci mostra nella loro attrazione giovanile, nel loro sfiorarsi durante le lunghe corse in motorino, nelle mani che si intrecciano durante i tuffi, nelle gambe che si stagliano nel blu marino e nelle vertigini che richiedono la voglia di affidarsi all’altro.

Corniche Kennedy, insomma, è un film da vedere, buono anche per capire ancora una volta cosa manca a quello italiano

A portarlo in sala, dal 15 giugno è la coraggiosa e intraprendente Kitchen Film della regista Emanuela Piovano, di cui trovate qui il listino 2017-2018

 

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Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine

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