Crepa Godard, tutto va bene. Ma non il biopic di Hazanavicius che arriva in sala…

Nelle sale dal 31 ottobre (per Cinema) “Il mio Godard” di Michel Hazanavicius, tratto dal memoriale di Anne Wiazemsky (“Un anno cruciale”), ex moglie dell’ 86enne icona della Nouvelle Vague (tra i suoi titoli, “Crepa padrone, tutto va bene”) e passato a Cannes. Un biopic farsesco, dalla comicità grossolana che demolisce il mito trasformandolo in una macchietta logorroica e attaccabrighe… La recensione di Teresa Marchesi (su Uffington Post)

Jean-Luc Godard lo ha liquidato a priori come “une idée stupide”, e resta in molti il maligno sospetto che dietro il falso allarme-bomba che ha funestato la proiezione per la stampa di Le Redoutable (nelle sale italiane come Il mio Godard), il farsesco biopic che Michel Hazanavicius ha dedicato all’86enne icona della Nouvelle Vague, ci fossero alcune sentite maledizioni dell’interessato. Impallinare un film non è uno sport costruttivo, ma questo Le Redoutable, sciaguratamente in concorso, è da querela. Detto da una che non si pone problemi di “lesa Maestà”.

 Il Godard di Hazanavicius (sì, proprio quello che vinse 5 Oscar con The Artist) attinge a quel tipo di comicità grossolana codificata, in Italia, dal “Bagaglino”. Ma verniciata di pretese “intello”, come dicono qui, perché scimmiotta nella struttura in capitoli, tra titoletti ammiccanti e grafica a tutto schermo, l’inconfondibile “Godard’s touch”. Il film segue il regista nel suo intrippamento gauchista per Mao e per il maggio ’68. Fonte, il memoriale di Anne Wiazemsky, Un anno cruciale (portato in Italia da e/o).
Wiazemsky era la rossa, filiforme protagonista del cruciale La Chinoise. Dove il Libretto Rosso di Mao entra in sceneggiatura. Aveva 17 anni, era nipote di François Mauriac e sposò il 37enne già venerato ribelle di A bout de souffle e Bande à part in piena svolta politica e artistica. Nel film, il Godard che tra scontri di piazza, assemblee universitarie e contestazione al Festival di Cannes si radicalizza, contro il sistema e contro il cinema stesso, è una macchietta logorroica e attaccabrighe.
Ora, sappiamo tutti che lo svizzero non è mai stato un mostro di simpatia, ma non sono poche le volte che dai suoi film siamo usciti col cervello in subbuglio. Louis Garrel (che da bambino lo ha frequentato a casa di suo padre, il grande Philippe), lo fa parlare con una zeppola da Jovanotti e lo correda di insopportabili tic. Trasgressivo per narcisismo: “Sì, cambio sempre le regole. E allora?” Oppure : “Non faccio più cinema. Faccio la Rivoluzione. Come tutti”.

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