Diego e Salvo, sognando gli States. La musica migrante di Escovedo che sembra un film

Un disco che sembra un libro e che potrebbe essere un film. È “The Crossing” l’ultimo lavoro di Alejandro Escovedo, musicista americano figlio di immigrati messicani che ha trovato nel punk anni ’80 la formula per raccontare la sua rabbia e quella di tanti emarginati. Qui, in questo nuovo disco, prodotto con l’aiuto di musicisti italiani, ci sono due ragazzi, uno messicano e l’altro italiano, Diego e Salvo, che emigrano negli States, alla ricerca dei loro miti rock, scontrandosi però col razzismo, l’insensibilità, la noncuranza. Una storia che non riguarda solo l’America di Trump …

“La gabbia dorata” di Diego Quemada-Diez

C’è la storia, c’è la sceneggiatura, c’è soprattutto la colonna sonora. Manca il film. E per ora, in mancanza di meglio, ognuno dovrà farselo per conto suo, nella propria testa.
La storia, allora. Con un’ulteriore premessa, che cambia radicalmente l’angolo di visuale. Perché questo non è un racconto su carta, non si sfogliano le pagine seguendo la trama o inseguendo le sfumature fra le righe: si parla di un album. Di un album musicale, un cd. Un disco, insomma, come si sarebbe detto una volta.

È l’ultimo lavoro di Alejandro Escovedo. Un nome che significa tanto – ma tanto proprio – nella storia musicale americana. Figlio di migranti messicani, famiglia numerosissima, negli anni ‘80 dello scorso secolo Alejandro trovò nel punk, nella prima ondata punk che arrivava dall’altra parte dell’Oceano, la formula musicale con la quale raccontare la sua rabbia. La sua e quella di tanti amici che si sentivano emarginati nella Grande Nazione a stelle e strisce.
I Nuns e poi qualche anno dopo i True Believers, sono state le sue band, tutte fondamentali nella scena americana, capaci di sviluppare un proprio linguaggio autonomo, mai derivativo.

Poi la carriera solista, dove come pochi altri è riuscito a sintetizzare la riscoperta delle culture musicali precedenti con la frenesia, l’irruenza che gli aveva insegnato la “scuola punk”. Il tutto accompagnato da un’odissea personale durissima, quasi a pagare un conto salato agli anni degli eccessi. Ma in America questo è difficile: e infatti per la sua epatite – che l’ha portato ad un passo dalla morte – non ha potuto contare sul sistema sanitario nazionale ma solo sulla solidarietà di tanti musicisti e appassionati.

Questo è Alejandro Escovedo. Che ora ha fatto uscire il suo ultimo lavoro: The Crossing. Due cose da notare subito: è prodotto in Italia, con l’aiuto di musicisti italiani. Ma soprattutto è un concept album, come si sarebbe detto negli anni ’70, quando questo metodo narrativo era molto diffuso. È un album insomma che racconta una storia, dove i brani si legano a quello precedente, come i capitoli di un libro.

Ed è il racconto di due ragazzi, uno messicano e l’altro italiano, Diego e Salvo, che decidono di emigrare negli States, alla ricerca dei loro miti rock. Anche se detta così, suona un po’ banale: perché i due provano a capire come e quanto sia stata autentica la carica ribelle di quelle chitarre elettriche.

È la storia di due migranti, dunque. Forse, la biografia di Alejandro. È il racconto di chi vede cancellare passo dopo passo l’entusiasmo iniziale e deve fare i conti col razzismo, con l’insensibilità, la noncuranza. Con l’ignoranza di un paese che si scopre molto più brutto di come si era immaginato. Di un paese che appare scivolato nell’apatia, conquistato solo dalle logiche del successo personale. Un paese che sembra sempre più incapace di ribellarsi, un paese che non è più in grado di urlare usando la musica.

Un paese dove anche le icone rock più consolidate, dove i reduci delle band “meno governabili”, sembrano aver scelto il business. Senza aver più nulla da dire.
Un paese dove ai due migranti viene precluso tutto. E questo si trascina anche nelle scelte musicali dell’album. Dove – qualcuno dice per l’influenza del gruppo musicale italiano che l’accompagna, Don Antonio e del loro leader, Antonio Gramentiere – Escovedo si misura con atmosfere più rilassate, a tratti addirittura romantiche. Soulful swing. Che magari, però, gli sono servite solo per raccontare meglio alcuni episodi della storia.

Certo, è un disco – un libro musicale? – atipico per lui. Come quando in un uno dei momenti più cinematografici (il matrimonio di un suo parente, celebrato però da uno sceriffo texano, palesemente razzista e misogino), Escovedo sceglie di non cantare. Ma di far recitare a Freddie Trujillo, un suo amico bassista californiano, un testo firmato da Willy Valutin, musicista nei Richmond Fontaine ma anche – e ormai soprattutto – scrittore.

Atipico, senza però rinnegare nulla. Perché l’essenza di Escovedo risalta ancora – e forte – nei brani che segneranno questo lavoro. I brani dove il rocker lascia andare la sua chitarra e la suo voce a ritmi incalzanti, decisi, forti. Facendosi accompagnare, qui e là, dal cowpunk per definzione Joe Ely (autore forse di uno dei brani più importanti, e più drammatici, della storia delle migrazioni messicane: Letter To Laredo).

Oppure duettando, in quel capolavoro assoluto che è Sonica Usa, con Wayne Kramer, uno dei fondatori degli MC5, uno che nelle scelte di vita e musicali è rimasto coerente con la stagione delle rivolte. Un brano per raccontare quanto importante sia stata l’influenza messicana nella cultura punk, anche se nessuno l’ha ancora riconosciuto.

Come finisce la storia? Nell’ultimo brano, la title track, Escovedo canta: “Ho perso la mia innocenza con l’Ice”. È l’agenzia federale statunitense, addetta al controllo della sicurezza delle frontiere. La sigla, insomma, che Trump ha scatenato per dare la caccia ai migranti, la sigla responsabile, in questi mesi, della reclusione di migliaia di bambini sudamericani separati dai propri genitori.

È un salto narrativo, anche questo cinematografico, in una storia che invece sembra ambientata sul finire degli anni ’80.
Ma esattamente come finisce il racconto di Escovedo? Con una serie di riflessioni, di amare riflessioni. Che non vale la pena spoilerare, in attesa che qualcuno produca un film da The Crossing (o che si compri il cd).

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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