“Dillinger è morto” e pure noi non ci sentiamo tanto bene

La solitudine e il senso di alienazione. La società alla deriva che ti ingabbia e ti rende schiavo di condizionamenti e frustrazioni. E quelle maschere antigas dietro cui nascondersi per sopravvivere. Era il ’68 quando Marco Ferreri presentò a Cannes, con immancabile seguito di polemiche, il suo “Dillinger è morto”. Allora film profetico e oggi di grande attualità, rivisto per noi dalla psicoterapeuta Terry Bruno per fare “terapia in sala”…

Ci voleva l’anniversario della morte (20 anni fa a Parigi, il 9 maggio 1997) di Marco Ferreri per rivedere, e restaurato, Dillinger è morto, uno dei suoi film più provocatori e spiazzanti, presentato alla Festa di Roma.

Ma non staremo certo qui a sottolinearne il valore artistico che non compete a questa rubrica, quanto piuttosto gli interessanti punti di vista psicologici. Il film, magistralmente interpretato da Michel Piccoli è una rappresentazione dell’uomo che vive ingabbiato in una società alla deriva, schiavo dei condizionamenti e delle frustrazioni che emergono da una quotidianità spesso alienante e dove la solitudine impera.

Marco Ferreri – e siamo nel ’68 – preannuncia anche il condizionamento televisivo, una sorta di anticipazione di ciò che l’essere umano continua a vivere ancora oggi, in modo più intenso. Durante i 90 minuti di proiezione, si può osservare come la macchina da presa segua passo passo Michel Piccoli nelle sue azioni che si svolgono nell’unico ambiente del suo appartamento.

Ci sono lunghi silenzi interrotti da canzoni dell’epoca che creano un senso di nostalgia, incorniciando un vissuto di solitudine e alienazione. Michel Piccoli è un ingegnere che ha progettato delle maschere utili per poter sopravvivere in una società in decadimento. Potremmo considerarle una metafora di ciò che ognuno di noi spesso fa, indossando una maschera a seconda delle situazioni, perdendo la propria identità per inseguire un qualcosa che ricerca con disperazione.

Perché questo nascondersi? Forse per poter placare una frustrazione che sale prepotente in una quotidianità alcune volte demotivante. Michel Piccoli rappresenta l’uomo comune che torna a casa, scambia qualche frase con una moglie delusa e malinconica, vede la televisione, cucina, guarda vecchi filmini forse alla ricerca di sensazioni ed emozioni, fa giochi erotici con la cameriera, si approccia al proprio lavoro senza più molto interesse e così via.

Il tutto alla ricerca di quel quid che possa ridare un senso alla sua vita, vissuta come in una gabbia dorata in cui l’aria diventa sempre più soffocante. Infatti le riprese vengono effettuate in una calda giornata estiva durante la quale c’è una disperata ricerca di refrigerio.

Dillinger è morto è l’espressione più alta di come la comunicazione non verbale effettuata attraverso la mimica facciale, la gestualità, i lunghi silenzi, possa essere eloquente allo stesso modo dei dialoghi, quasi assenti nel film. Si può anche riscoprire una sinestesia tra le sensazioni provocate dalle canzoni e le immagini che si susseguono. La rappresentazione di quella comunicazione che va al di là delle parole, la si può individuare nel movimento di due mani che con un andamento sensuale, quasi erotico in alcuni momenti, accompagnato da una musica inizialmente insistente e ritmica, per poi diventare sensuale, effettuano giochi mimici che passeggiano su uno specchio.

Questo mondo solitario e disperato che Michel Piccoli vive, è la rappresentazione di un pessimismo che emerge dall’intera opera di Marco Ferreri, un mondo da cui vuole fuggire e per poterlo fare occorre rompere degli schemi, ad esempio con la morte. Durante tutto il film si ha la sensazione che possa avvenire da un momento all’altro questo assurdo evento. A scapito di chi? Di se stesso? Della moglie? Lo si vive nel susseguirsi delle azioni che si presentano dal momento in cui trova una vecchia colt racchiusa in un vecchio foglio di giornale che parla della morte del gangster Dillinger.

Sorprendente è il finale del film in cui quell’uomo, frustrato, finalmente libero da una vita per lui senza senso, si imbarca su uno yatch il cui “capo” è una giovane donna (Carole André). Anche questa è una magnifica metafora: l’andare verso il futuro, in nuove acque da esplorare, facendo un lavoro diverso, nella libertà ricercata, per la realizzazione di un sogno. E come rappresentazione della filosofia di Marco Ferreri, anche in questo film il futuro è donna.


Terry Bruno

Psicologa, Psicoterapeuta, Trainer in Comunicazione e PNL, Presidente EARTH, docente di Psicologia dei gruppi Università Sapienza di Roma


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