“Dogman”, il martirio quotidiano di un povero Cristo. Garrone illumina Cannes

Grande ritorno di Matteo Garrone in concorso a Cannes con “Dogman”. Dai “Fattacci” di Vincenzo Cerami, una potente rivisitazione d’autore del caso di cronaca nera di trent’anni fa. Ma il canaro della Magliana è solo un pretesto: il film è uno sconvolgente affresco sulla violenza del nostro presente e il martirio quotidiano che subiamo. Marcello Fonte, il protagonista, è un gigante nel suo corpo da povero Cristo. Sicuramente entrerà nel Palmarès. In sala dal 17 maggio (per 01), col divieto ai 14 …

C’è un libro dietro a Dogman. Che poi è lo stesso che c’è dietro a L’imbalsamatore. È Fattacci di Vincenzo Cerami, quattro clamorosi delitti, di cui il compianto scrittore e sceneggiatore de La vita è bella ci narra l’invisibile filo che lega vittime e carnefici.

Questo ha colpito Matteo Garrone. E se il fattaccio del nano di Termini è finito sullo schermo a breve giro (L’imbalsamatore è del 2002) e ben prima delle glorie di Gomorra, quello del “canaro della Magliana” ha dovuto aspettare tredici anni. Tanto c’è voluto per arrivare a questo Dogman passato in concorso a Cannes – secondo italiano in corsa per la Palma – e già in sala l’indomani (il 17 maggio in 350 copie per 01) con un ridicolo divieto ai 14.

Tredici anni in cui cui si sono avvicendate sceneggiature, titoli (L’amico dell’uomo, in origine), idee e persino interpreti. Era Roberto Benigni il “canaro” che aveva immaginato Garrone all’inizio. E dopo il suo rifiuto, per tanto tempo è andato in cerca di quella “comicità e tenerezza di un Buster Keaton contemporaneo”. Fino all’incontro con Marcello Fonte, attore per caso e qui grandioso protagonista dal corpo minuto e antico, dall’umanità pura e dalle spalle larghe.

Spalle capaci di tenere addosso tutto il film, ma soprattutto la sua croce: Simoncino, l’ex pugile fuori di testa, l’amico scemo cocainomane e violento, il povero sciagurato di periferia (dal corpo irriconoscibile di Edoardo Pesce) che per destino ha la distruzione di sé e del prossimo. Quello che nelle cronache di trent’anni fa era “la vittima”, uccisa dal tosacani della Magliana, appunto, dopo ore ed ore di tortura e particolari raccapriccianti da grand-guignol di cui si riempirono i giornali, perché non c’era ancora Porta a Porta

Ebbene, se vi aspettate di ritrovare quella storia lì, con schizzi di sangue e cervella spappolate, Dogman non è il vostro film. La violenza che mette in scena Matteo Garrone, in questo ennesimo spaccato di mondo ai margini, è una complessa macchina ad orologeria, dove l’esplosione annunciata, però, non offre né catarsi, né liberazione.

È l’Italia di oggi, o quella di sempre, ricostruita nel degrado urbano del villaggio Coppola, luogo di macerie di tanto abusivismo passato, di spaccio e nuove schiavitù. Set naturale e ideale dove Garrone è già passato con L’imbalsamatore e Gomorra.

È il villaggio-mondo dove vive Marcello, “animale erbivoro” che sa cavarsela con pitbull feroci e amabili barboncini, dove tutti i negozianti del circondario gli vogliono bene, ma dove la violenza – quella di Simoncino – è un accumulo quotidiano di piccole e grandi ingiustizie, angherie e torti.

Caravaggio, Hopper, sono le influenze pittoriche di Matteo Garrone. E i tagli di luce sono buio, grigio, nero e persino le albe sono livide nella magnifica fotografia di Nicolaj Bruel. Un po’ di sole appare giusto nei viaggi al mare con la figlia.

Marcello subisce e si fa trascinare ogni giorno dal suo amico-carnefice. Pinocchio e Lucignolo, Caino e Abele, Davide e Golia. Riferimenti biblici, archetipi senza tempo a spalancare il pozzo nero della violenza. Mentre noi spettatori siamo lì a subire con Marcello, attraverso quel suo corpo da povero Cristo, la violenza e la paura del nostro martirio quotidiano. Sicuramente un film da palmarès.

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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