Dramma in tre atti a passo di Foxtrot. Se la guerra (mediorientale) si combatte in famiglia

In sala dal 22 marzo (per Academy Two), “Foxtrot- La danza del destino” dell’israeliano Samuel Maoz, già Leone d’oro nel 2009 con “Lebanon”. Una famiglia comune di Tel Aviv. Un padre e una madre col figlio al fronte. L’eco della guerra e i risvolti insondabili del destino. Un “foxtrox” tra cinema e graphic novel. Da vedere …

Che strano e bel film è Foxtrot- La danza del destino, coproduzione israelo-tedesco-franco-svizzera scritta e diretta da Samuel Maoz, il regista israeliano di Lebanon, Leone d’oro 2009 per Lebanon, in cui il conflitto mediorientale è narrato dall’interno di  un carro armato.

Anche Foxtrot è salito sul podio veneziano col Gran premio della giuria ed ha fatto incetta di premi Ophir (gli Oscar israeliani) per miglior film, miglior attore (Lior Ashkenazi), migliore musica (Amil Poznansky e Ophir Leibovitch). Peccato che non sia stato premiato anche l’anonimo cane che presta il suo muso dolente a una delle interpretazioni canine più toccanti nella storia del cinema.

E, per restare nel mondo animale, il dromedario che fa la sua comparsa in alcune scene davvero stranianti e suggestive del film, si rivelerà la chiave di interpretazione di una storia che ricorda la tragedia greca sia per come è narrata – la divisione in tre atti, con una breve escursione nel graphic novel a interrompere (ma anche a spiegare) la sequenza dei fatti – sia perché il destino, il fato, assume in essa un ruolo determinante.

Dunque, un padre e una madre, componenti di una famiglia comune di Tel Aviv – la città appare sullo sfondo nelle scene inziali –, ricevono la notizia della morte del figlio militare, ucciso per mano di un nemico invisibile che si presume appartenere alla sponda opposta nell’eterno conflitto tra palestinesi e israeliani.

Mentre si sta consumando una tragedia che sembra toccare vertici insostenibili, arriva una contro-notizia. Si è trattato di un caso di omonimia. Il figlio è vivo e in buona salute, impegnato a presidiare un avamposto in mezzo al deserto assieme a tre soldati giovanissimi come lui.

La scena si sposta ora in questo luogo, dove i quattro ragazzi ingannano il tempo parlando dei loro sogni (anche proibiti) e sottoponendo i rari automobilisti a severi controlli. Tanto per rendere l’idea di una guerra assurda fino ai limiti della follia, l’equipaggio di un’automobile, composto da quattro ragazzi, viene investito e trucidato da una raffica di mitragliatrice, sparata proprio dal figlio erroneamente dato per morto, perché uno di loro lascia rotolare per terra una lattina di birra che viene scambiata per una granata.

La scena torna a questo punto a Tel Aviv, dove il padre e la madre del ragazzo sono impegnati in un dialogo intenso e lacerante, fatto di ricordi, passioni e anche silenzi, il cui senso si comprenderà solo nell’ultima scena.

Difficile restare impassibili di fronte a un film che dice molto sulla guerra e sulla condizione umana, pur limitandosi all’essenzialità delle situazioni, dei dialoghi e delle espressioni del viso. Sarebbe stato concettuoso e incompleto se si fosse limitato a illustrare un dramma di famiglia in interni.

E sarebbe stato un déjà vu se si fosse limitato a simboleggiare la follia della guerra nel nulla di un avamposto in mezzo al deserto, frequentato da dromedari e automobili senza una meta precisa. Invece il passaggio e l’intersezione da un luogo all’altro danno senso alla parabola e la immettono a forza nell’immaginario e nella vita di tutti i giorni. Da non perdere.

Carlo Gnetti

giornalista e scrittore

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