Faccetta nera nell’album di famiglia. Il (bel) libro di Francesca Melandri che è già un doc

È “Sangue giusto” (Rizzoli), il libro di Francesca Melandri sugli orrori compiuti dal fascismo in Etiopia, rievocati attraverso le ricerche personali della protagonista, alla cui porta bussa inatteso un ragazzo etiope che dice di essere suo nipote. Da lì lo “svelamento” del passato razzista e fascista del padre 95enne, coperto dal silenzio familiare. Un libro bello e corposo su un nostro passato prematuramente rimosso dalla coscienza nazionale e civile. Da cui è nato il doc, Pagine nascoste di Sabrina Varani, passato al Torino Filmfest…

Leggendo il corposo libro di Francesca Melandri, Sangue giusto (Rizzoli, settembre 2017), viene da chiedersi quale sarebbe l’effetto di una riduzione cinematografica, considerando la ricchezza dei temi trattati, la vastità delle epoche storiche, la nitidezza dei personaggi.

Le risposte possibili non possono che essere due: o la grande produzione, che magari estrapola una parte delle vicende narrate, quelle più “cinematografabili”, e le drammatizza fortemente per renderle più spettacolari com’è nella migliore tradizione del cinema americano; oppure il documentario che testimonia il modo in cui il libro è stato costruito e il significato più autentico racchiuso nelle sue pagine.

Sabrina Varani ha scelto questa seconda strada (che ovviamente non esclude la prima se qualcuno ci volesse provare) con il documentario Pagine nascoste presentato fuori concorso al festival del cinema di Torino nella sezione Tffdoc. L’autrice – come si legge nella recensione di Orso Iacopo Tosco su queste pagine web, “sceglie intelligentemente di mostrarci il percorso attraverso il quale l’indagine personale, tanto necessaria quanto esigente, da fatto privato diventa materiale storico”.

Dunque, per chi non ha letto quella recensione che riassume così bene il contenuto nel libro, l’indagine personale è quella condotta da Ilaria – qui nella veste di alter ego della scrittrice, già nota al grande pubblico per Eva dorme (Mondadori, 2010) e Più alto del mare (Rizzoli 2012) – per scoprire il passato del padre novantacinquenne dopo che un giovane etiope le è piombato nella casa di Roma (siamo nel 2010, in piena epoca berlusconiana) spacciandosi per suo nipote.

Prima che la vicenda si sviluppi attraverso piani di narrazione paralleli, passando dall’epoca semi-contemporanea al passato coloniale dell’Italia pre-fascista, fascista e post-fascista, intrecciando le vicende personali e familiari con quelle politiche, l’autrice si dilunga sulle peripezie affrontate dal giovane africano prima di sbarcare in Italia come clandestino. Così l’attenzione viene in qualche modo sviata da quello che sarà il vero cuore del libro, e cioè la descrizione delle miserie e delle violenze perpetrate dal regime di Mussolini nell’Etiopia sotto dominazione italiana, l’Abissinia come si chiamava allora.

In tutta la prima parte del libro non mancano annotazioni e denunce pregnanti sul modo in cui il governo di Berlusconi ha trattato la questione dei clandestini, sui rapporti ambigui e interessati con il leader libico Gheddafi, sui mali della cooperazione italiana e sulle miserie politiche del tempo, compresa la vicenda della giovane Ruby fatta passare per nipote di Mubarak.

Forse il materiale trattato è sin troppo, e più di una volta l’autrice – nel tentativo di mettere carne sul fuoco – rischia di trascinare la vicenda nella palude del “politicamente corretto”, pur dimostrandosi capace di tenere desta l’attenzione del lettore e di condire il tutto con una forte, necessaria, dose di ironia. Poi, da un certo momento in poi, la storia prende una direzione netta e precisa, trasferendosi senza più esitazioni, flashback e salti temporali, nell’Etiopia dell’epoca coloniale.

E qui il libro prende sempre più quota. La denuncia si fa efficace e pressante, anche perché quello delle disavventure coloniali italiane in Africa è forse terreno non sufficientemente indagato, o meglio sarebbe dire prematuramente rimosso dalla nostra coscienza nazionale e civile.

Francesca Melandri non perde mai di vista, neppure in questa parte del libro, le vicende familiari e personali, quelle che poi danno maggior forza al racconto e lo rendono letterariamente efficace. Perché nel corso della sua indagine Ilaria scoprirà non solo le tante cose che il padre le aveva taciuto, la sua doppia vita, il passato da cultore della razza, seppure non proprio convinto al cento per cento.

Certo, per nessuno sarebbe piacevole scoprire il passato di un genitore così compromesso e intrecciato con le peggiori tragedie del secolo scorso. In questo caso bisogna dire che l’indagine psicologica dei personaggi funziona a meraviglia, rendendo plausibile e comprensibile il percorso attraverso il quale il regime di Mussolini e la sua retorica coloniale sono stati in grado di corrompere le coscienze collettive e individuali.

Anche qui la carne al fuoco è tanta, forse troppa, dato che il libro ci avrà fatto rivivere nel frattempo i fasti della Fiera Campionaria internazionale di Milano, la sceneggiata delle donne e delle madri che donano le loro fedi alla patria, la condizione delle donne e della prostituzione nell’Italia fascista, e tante altre vicende che fanno parte del nostro passato meno nobile e confessabile.
Insomma, non mancano gli spunti se qualcuno volesse provare a farne un film, inteso nel senso di fiction… Beh, visto che la parola magica ha fatto capolino, chissà se a qualcuno verrà in mente di farne una serie televisiva. Di materiale ce n’è in abbondanza.

Carlo Gnetti

giornalista e scrittore

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