“Fahrenheit 9/11”, il ritorno di Michael Moore. Che chiama alla lotta (e ricorda l’Unità)

Stasera su La 7 (ore 21.15) “Fahrenheit 11/9″ nuovo atto d’accusa di Michael Moore contro le politiche americane e Donald Trump. Una chiamata alla lotta in vista delle prossime elezioni di midterm. E all’incontro col pubblico alla Festa di Roma, ricorda l’Unità: “Quando sono venuto in Italia nel ’90 per presentare ‘Roger and me’ ho rilasciato un’intervista a un giornale che vendeva un milione di copie ed era comunista. Ora quel giornale, L’Unità, non c’è più. Mi ricordo che mi sono detto: wow! Un paese in cui c’è un giornale che vende un milione di copie ed è comunista! Fico! Non perché sia comunista, ma perché c’era una chiara identità” …

Quattordici anni dopo il film che gli valse la palma d’oro a Cannes, Fahrenheit 9/11 Michael Moore porta alla Festa di Roma un’opera che di quel film si pone come un seguito ideale: basta invertire le cifre, non più 9/11, la data dell’attacco alle torri gemelle, bensì 11/9, la data della vittoria elettorale di Donald Trump e il gioco è fatto. Ecco dunque Fahrenheit 11/9, un’altra data, secondo l’autore, che segna la drammatica storia del grande paese con la bandiera a stelle e strisce.

In fondo il senso del film, due ore molto dense (forse qualche taglio avrebbe giovato a renderlo più agile e scorrevole), sta tutto nella scelta del titolo. Dici fahrenheit e infatti, visto che non siamo a parlare di meteorologia ma di cinema, non può non venire in mente lo storico Fahrenheit 451, il film di Truffaut del 1966, tratto dall’omonimo romanzo che Ray Bradbury aveva pubblicato nel 1953. Ricordate? Quattrocento cinquantuno gradi fahrenheit è infatti la temperatura a cui brucia la carta, in specie la carta dei libri, dato che nel distopico mondo raccontato dal libro e dal film, i libri sono vietati ed è reato possederli tanto che esiste un corpo dei pompieri incaricato di scovare i libri occultati e di incenerirli con appositi lanciafiamme.

La nuova terrificante società distopica denunciata questa volta dal militante Michael è il nuovo mondo che è emerso e che è diventato egemone negli Usa con la vittoria dell’uomo dal ciuffo arancione, quel Trump che a sorpresa dei più – grazie a un sistema elettorale che gli ha garantito la Casa Bianca nonostante abbia avuto tre milioni di voti popolari meno di Hilary – è diventato l’uomo più potente del mondo.

Sorpresa dei sondaggisti, che fino al giorno prima davano Hilary Clinton in netto vantaggio. Sorpresa di analisti e commentatori che hanno sottovalutato il candidato improbabile, incredibile, ritenuto poco più che una macchietta. Sorpresa dei democratici sicuri fino alla notte dei risultati del loro trionfo. Sorpresa dei repubblicani, increduli fino all’ultimo voto che ha assegnato loro la vittoria.

Ma non sorpreso Michael Moore. Sì, lui lo aveva detto più volte, controcorrente, che Trump avrebbe vinto. Aveva annusato l’aria. Aveva girato per il paese. Aveva capito che si era formata la miscela pronta per esplodere. Ma che anche in apertura di questo suo battagliero documentario si chiede: “come cazzo è potuto accadere?”.

Eccoli i tre cavalieri della novella Apocalisse. La delusione. La rabbia. La disperazione.
La delusione, ad esempio, per quello che il nero democratico Obama, sul quale erano state riposte tante speranze non ha fatto, per le sue ambiguità, per il mondo giudicato corrotto e fighetto dei suoi sostenitori dal popolo senza nome delle periferie, delle grandi pianure, delle città condannate a estinguersi per le conseguenze della crisi economica.

La rabbia di chi è costretto a bere acqua inquinata nonostante le denunce, nonostante le analisi, nonostante manifestazioni, promesse, beffe ripetute. La rabbia di ceti stremati dalla crisi, di categorie come gli insegnanti che scendono in sciopero per rivendicare un po’ di dignità retributiva.

La disperazione degli studenti che non ne possono più di seppellire i loro compagni falciati dalle armi da guerra che girano indisturbate nelle aule, con la benedizione dei potenti e dei politici che pensano solo a intascare le mazzette della potentissima lobby delle armi.

Su tutto questo fuoco, racconta Moore, Trump ha gettato la benzina dell’intolleranza, del razzismo, del sessismo, della xenofobia, della caccia all’ immigrato, al diverso, prospettando in modo sempre più chiaro un modello di società autoritaria. Comincia a ipotizzare una sua presidenza lunga 16 anni (!!!). Invoca intolleranza e repressione per ogni forma di dissenso. E allora eccoci alla vera bomba lanciata nel film di Moore: Trump potrebbe essere un nuovo Hitler?

Immagini d’epoca abilmente mixate con quelle del presente, suonano come una sirena d’allarme che non può non scuotere le coscienze democratiche. Negli Usa, ma non solo. Presentando il suo film infatti, il regista parla esplicitamente di un Trump che per il ruolo incarna solo la punta più avanzata di un fenomeno ormai globale: lo slittamento delle democrazie verso forma di “democrazia autoritaria”, di marcia verso le “democrature”, sorta di ircocervo fra democrazie e dittature. E in questo contesto il regista non esita a citare il terremoto che scuote l’Europa dell’est ma che ha adesso conquistato anche l’Italia dei Salvini e dei Di Maio.

Fin qui la denuncia. E, per quanto ci sembra, ben argomentata, ben costruita ricucendo frammenti e inserendoli nel disegno generale col supporto di immagini spesso sconvolgenti e testimonianze commoventi. Per chi segue la politica internazionale niente di nuovo, ma comunque un ulteriore grido d’allarme dato con grande maestria da un bravo artista.

Alla domanda “che fare?” Moore risponde solo col racconto delle lotte, degli scioperi, delle manifestazioni che si susseguono nel paese. Ma soprattutto apre un credito ai nuovi leader democratici – in maggioranza donne – che sono scesi in campo in vista delle prossime elezioni di midterm che negli Usa sono il vero termometro che misura la febbre della democrazia.

La resurrezione del partito democratico, ad opera appunto di questa nuova sorgente classe dirigente, riaprirebbe la partita. Una nuova affermazione del trumpismo al contrario sarebbe una gelata destinata a protrarsi molto a lungo. Con conseguenze planetarie.

Non c’è dubbio: il film di Moore è un ottimo materiale di supporto e documentazione per chi vive già Trump come un forte rischio, insomma serve a convincere chi è già convinto. Ma è talmente militante, schierato, perfino sopra le righe, che in chi ha qualche dubbio potrebbe perfino suscitare sentimenti opposti: “ecco il solito intellettuale di sinistra che ci viene a dire che non abbiamo capito, che sbagliamo tutto, che solo loro della costa est, o della California, sono democratici, istruiti e noi povera carne da macello, adoratori del vitello d’oro”. Anche se, nel nostro caso, il vitello adorato ha i capelli più arancioni che biondo oro.

Lorenzo Scheggi Merlini

Giornalista

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