Francis Scott Fitzgerald formato Amazon

È “The Last Tycoon”, la nuova serie Amazon ispirata all’ultima opera di Francis Scott Fitzgerald che Elia Kazan ha fissato nell’immaginario cinematografico col suo film testamento,”Gli ultimi fuochi”, del ’76. In questo nuovo adattamento ci sono tracce di grande televisione, ma non di capolavoro. In definitiva una “mission” commerciale ben riuscita ma, a tratti, insipida e confusa…

Diciamolo francamente, The Last Tycoon, adattamento televisivo della grande opera incompiuta di Francis Scott Fitzgerald (in onda su Amazon Prime Video) poteva essere un cult tv ma, ahinoi, si limita a un compitino ben eseguito, seppure con momenti di grande spessore e di piacevole scherno nei confronti del mondo di celluloide.

Forse per la grandezza dell’opera di Fitzgerald (Gli ultimi fuochi è il titolo italiano, ripubblicato nel 2012 come L’amore dell’ultimo milionario), forse per la bellezza visionaria del film del ’76 di Elia Kazan, forse per il bisogno di Amazon di offrire un prodotto per tutti, ma questo film di circa nove ore un certo “disagio” lo trasmette, soprattutto per la debolezza dei personaggi che a tratti risultano inadeguati.

In realtà è un film televisivo (chiamato impropriamente serie) che a un certo vigore narrativo contrappone una distorsione confusa della storia quasi che fosse un gossip di Louella Parsons. Troppi personaggi celebri vengono messi alla berlina, trasformati in patetiche macchiette. È il caso di Marlene Dietrich, per esempio, ritratta come una virago priva di morale, o di Fritz Lang, maniaco sessuale dedito a pratiche orgiastiche…

Personaggi, insomma, utilizzati per dare quel sextouch che ormai ogni prodotto televisivo deve possedere per accaparrare più spettatori. Come pure quella vena grottesca che a volte è ridondante; oppure quei contrappunti di cospirazione che fanno sembrare il cinema una guerra senza confini; ultimo e non ultimo il nazismo e l’amore per il cinema di Adolf Hitler che qui sembra addirittura influenzare con la forza dei soldi le storie scritte dagli studios americani.

Storia molto fantasiosa, forse anche vera, ma che appare una forzatura di troppo nel quadro del racconto, ambientato nella Hollywood degli anni Trenta, dove si muove imperioso l’affascinante Monroe Stahr (Matt Bomer), produttore cinematografico di successo (ispirato nel libro a Irving Thalberg della MGM) che, tra Grande Depressione e i venti di guerra portati dal nazismo, si trova a combattere per la sopravvivenza degli studios, insieme al suo boss, Pat Brady (Kelsey Grammer).

Un omaggio al mondo del cinema, dunque. Direzione in cui va anche la serie Amazon che a tratti, trasuda passione per la settima arte. Sottolineata dall’amore prepotente della giovane Cecilia Brady (una bravissima Lilly Collins) per Monroe e quindi per il vero cinema. Mentre Brady, di suo, incarna il produttore spietato, rozzo, privo di scrupoli, che vede il cinematografo unicamente come industria e macchina da soldi.

Di grande sfarzo e rigore, poi, la ricostruzione degli ambienti e i costumi, mai sopra le righe. Perfetta la scelta di tutti gli attori meno quella del protagonista: lui che dovrebbe incarnare il dramma della solitudine del potere, risulta al contrario uno scialbo e impettito belloccio che si dimena camminando su e giù per gli studios.

I momenti di grande cinema, però, non compensano la superficialità con cui è adattata la grande opera di Francis Scott Fitzgerald. E non basta evocare il grande scrittore in uno dei personaggi, sia nelle caratteristiche fisiche che nel lavoro di sceneggiatore, a ridare potenza a un prodotto ricco ma povero di profondità e complessità nel guardare al testo originario.

“There’s no business like show business” (non c’è altro business come lo show business), recita il trailer della serie tv. Slogan che si adatta perfettamente alla “filosofia” di Amazon, che poi sembra essere la stessa di Brady.

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Mauro Conciatori

giornalista e regista

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