Giulietta e Federico a teatro. Scene da un matrimonio, infelice

Mariano Lamberti firma la regia della pièce, “Processo a Fellini”, andata in scena a Roma dal 25 al 27 gennaio all’Altrove teatro studio. La lunga storia d’amore tra Federico Fellini e Giulietta Masina, le luci iniziali e le molte ombre che seguirono nella celebre coppia. Con Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati …

Se dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, è anche vero il contrario, e cioè che una grande donna vive dietro un grande uomo. E quasi sempre lo fa in silenzio, restando nell’ombra. Vivendo di gloria riflessa. Perfino quando, caso estremo, come ha raccontato splendidamente The wife sia la donna, nel caso del film la moglie, la persona di maggior valore nella coppia.

Come si vive dunque all’ombra di un genio, del grand’uomo di successo? Certo, comporta soddisfazioni, sul piano materiale: soldi, frequentazioni, amicizie che contano. Ma spesso anche grande sofferenza, che talvolta può sconfinare in un progressivo annullamento, nella depressione con tutti i corollari che comporta.

Per uscire dal generico, prendiamo un grand’uomo noto in tutto il mondo. Un grande regista, un idolo, un mito: Federico Fellini. E prendiamo la sua donna, Giulietta Masina. Che all’inizio della carriera aveva camminato a fianco al Maestro: insieme, lui regista lei attrice, avevano firmato capolavori come La strada, o Le notti di Cabiria, in un sodalizio umano ed artistico, iniziato da giovanissimi, (lui del ’20, lei del ’21) che è poi durato 50 anni, finito solo con la morte ravvicinata di entrambi a pochi mesi di distanza.

Con gli anni però, mentre il Maestro rifulgeva sempre più, lei che pure era una grande attrice, con 30 film all’attivo, superpremiata e adorata in Italia e all’estero, si è progressivamente allontanata dalla ribalta fino ad uscire di scena e ritrovarsi, nei lunghi ultimi anni, a rinchiudersi nel fare i conti con la propria vita, col proprio matrimonio, col rapporto vissuto col suo Federico.

È in questa zona d’ombra che include i misteri della camera da letto che ogni coppia vive in esclusiva, che si sono avventurati coraggiosamente un regista, scrittore e poeta qual è Mariano Lamberti, che ha avuto l’idea ed ha curato la regia dello spettacolo e Riccardo Pechini che ha scritto il testo. Stiamo parlando di Processo a Fellini, sottotitolo “ombre e segreti del regista e la sua musa Giulietta Masina”, andato in scena dal 25 al 27 gennaio all’Altrove teatro studio di Roma.

Vale la pena parlarne perché lo spettacolo, con una convincente Caterina Gramaglia nei panni di Giulietta (la Gramaglia studia da anni la vita di Giulietta Masina a cui ha già dedicato un altro spettacolo, Le lacrime di giulietta) assieme a Giulio Forges Davanzati interprete dei vari personaggi maschili, ha appunto esplorato impietosamente la condizione concreta di una Grandonna costretta, in fin dei conti, a vivere nella penombra, se non proprio nell’ombra, di un Granduomo, inghiottendo amaro e inghiottendo e inghiottendo.

Non è possibile sapere se il pubblico in sala, in gran parte composto per fortuna da giovani, abbia potuto gustare tutti i rimandi fattuali che si snodano durante lo spettacolo. Si parla, certamente coinvolgendo gli spettatori, grazie anche a una regia che punta a esasperare la disperazione della protagonista, di una grande sofferenza. Di depressione. Di alcolismo che della Masina fu compagno negli ultimi anni. Dello strazio per la morte dell’unico figlio della coppia di appena un mese, Federichino, avvenuta nel ‘45, a due anni dal il matrimonio.

Ha confessato la Masina: “Non aver avuto figli ci ha fatto diventare figlio e figlia dell’altro, così ha voluto il destino”. E si parla, soprattutto, di tradimenti, di abbandoni, di corna, come si direbbe riferendosi a persone normali. Una signora del pubblico, uscendo, commentava: “Strano che a scrivere quest’opera siano state mani maschili”.

Il grumo che ingrossa dentro Giulietta, divorandola secondo gli autori che hanno attinto ai moltissimi materiali documentali integrando talvolta il vero col verosimile, è la gelosia. Fino a farle desiderare di essere una di quelle appariscenti signore e signorine che hanno costellato la vita di Federico.

Lui la amava, a modo suo, e certamente ne aveva fatto un idolo. Sentite cosa ne diceva, della sua Giulietta: “Il nostro primo incontro io non me lo ricordo perché io sono nato il giorno in cui ho visto Giulietta per la prima volta”. E ancora:”Giulietta mi è apparsa subito come una persona misteriosa che richiamava una mia nostalgia di innocenza. Vi è una parte di incantesimi, magie, visioni, trasparenze la cui chiave è Giulietta. Mi prende per mano e mi porta in zone dove da solo non sarei mai arrivato”.

Già, la Musa ispiratrice. Ma poi il Maestro aveva bisogno anche di qualcosa di meno etereo. Fatti e voci riportate negli anni sulla stampa sono impietosi e gettano piena luce sul risentimento della Masina. Fellini aveva bisogno di sesso, tanto. Attrici, attricette e ammiratrici consumate usa e getta. Anitona, la Anita Eckberg de La dolce vita ha confessato: “Era attirato dal mio seno. Era affamato di sesso e chiedeva prestazioni particolari”.

Ma Fellini ha avuto anche storie importanti, protrattesi a lungo, per decenni addirittura. Tre le donne che ne sono state protagoniste. La farmacista Anna Giovannini, una presenza discreta, mai dichiarata e poco ingombrante che gli fu vicina per un trentennio. La scrittrice femminista (suo il libro di notevole successo L’eunuco donna) Germaine Greer. E soprattutto la Sandrocchia nazionale, Sandra Milo, la prosperosa, burrosa, avvolgente Sandra Milo, sogno erotico di tanti maggiorenni e minorenni. Certamente l’esatto contrario femminile rispetto a Giulietta.

Ed esplicativa dei probabili sentimenti di Giulietta nei suoi confronti è sembrata la scelta del regista di portare sul palco una bambola gonfiabile a raffigurarla. Anche se, confessa la Musa nelle sue dolorose confessioni, avrebbe voluto essere una di quelle bambole gonfiabili pur di provare l’emozione di essere amata carnalmente. Ebbene, quello fra Fellini e la Milo, fu un quasi-matrimonio durato ben 17 anni, noto a tutti, certo subito più che sopportato non si sa come dalla Masina.

Ecco, qui sta la domanda cui lo spettacolo non riesce a dare risposta: come è stato possibile, per una donna orgogliosa, intelligente, attrezzata come la Masina reggere una situazione del genere? Perché non ha mandato il Maestro a quel paese come avrebbero fatto tante donne al suo posto? Sensi di colpa per avere avuto anche lei una storia con l’attore Richard Basehart, marito di Valentina Cortese, compagno sul set de La strada nel 54 e ne Il bidone l’anno successivo?

Paura di perdere i privilegi che comportavano la sua condizione di “moglie di”? Forse era invischiata in un non infrequente caso psichiatrico in cui la sofferenza è un ingrediente essenziale al rapporto? Sperava, forse si illudeva, che, prima o poi, il Maestro donnaiolo sarebbe tornato ad essere soltanto suo?

A queste domande non c’è una risposta. Ma senza queste domande che aiutino a comprendere la complessità del caso, ci troviamo di fronte alla solita storia dell’ uomo più forte, ricco, famoso o potente fa lo stesso, che tradisce e sfrutta la propria donna che ne è vittima. Ecco, questo ci è sembrato il limite dello spettacolo. Ma chi scrive deve confessare di essere un maschio. E magari inconsciamente….

Lorenzo Scheggi Merlini

Giornalista

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