Addio Agnès Varda, la femminista felice. Che ci ha reso felici col suo cinema

Si è spenta a Parigi a quasi 91 anni (li avrebbe compiuti il 30 maggio) Agnès Varda. Ha fondato la Nouvelle Vague insieme a Godard e Truffaut, da donna, sperimentatrice e rivoluzionaria. Dai primi film ibridi tra finzione e documentario al Leone d’oro per “Senza tetto né legge”. Artista totale, dalle foto alle installazioni nei musei, ha segnato la Storia del cinema e ci lascia una “triste felicità”. Sabato 30 marzo su Sky Arte (canale 120, 400 di Sky) alle 22.00, il suo doc, Visages Village

 

Non sembrava potesse morire, Agnès Varda. Sembrava come Manoel De Oliveira, scomparso quattro anni fa a 106 anni. Sembrava come Lawrence Ferlinghetti, che il 24 marzo ne ha compiuti 100 e ha festeggiato pubblicando il suo romanzo autobiografico (Little Boy).

È un beat, Ferlinghetti, è parte di una nuova onda come Agnès Varda: la Nouvelle Vague che la regista ha contribuito a fondare con Godard, Truffaut, Rohmer. Da donna, fondamentale ribadirlo oggi al tempo del nuovo femminismo e del cinema come pratica (ancora) prevalentemente maschile. Lo scrive anche René Prédal in Cinema: cent’anni di storia (edizioni Baldini Castoldi): l’esordio, La Pointe Courte del 1955 è una pietra angolare del movimento, importante come Le Beau Serge di Chabrol e Fino all’ultimo respiro di Godard.

Lì un uomo e una donna (Philippe Noiret e Silva Monfort) tornano nel paese del titolo, un borgo di pescatori, ma il loro rapporto è esaurito e stanno per lasciarsi. Intorno si svolge l’attività brulicante dei portuali, che la regista riprende come un documentario: il doc è punto di partenza, mai davvero lasciato, e l’ibridazione dei linguaggi è la pratica con cui spacca la narrazione tradizionale.

Fino a ieri: nell’ultimo Varda par Agnès, presentato alla Berlinale, la cineasta si reca su una spiaggia (“Il mio luogo preferito”) e nota che mancano gli uccelli, quindi dei bambini portano uccelli di cartone per completare il quadro. L’osmosi tra finzione e documentario del primo film è poi così diversa dall’ultimo?

No, perché la sua filmografia durata 64 anni si è evoluta in modo logico e coerente. Varda è femminista a 20 anni come a 90. Varda inquadra un vero artista di strada che chiede l’elemosina, ingoiando un rospo, in Cléo dalle 5 alle 7 del 1962, e inquadra le persone comuni che incontra nel viaggio di Visages Villages del 2017. “Il caso è sempre stato il mio migliore assistente”, sosteneva.

Agnès è stata un’artista totale. Fotografa, videoartista, installatrice nei musei, il suo lavoro va molto oltre il cinema anche se costantemente lo richiama, come dimostra l’opera, La Cabane de l’Echec realizzata per la Fondation Cartier, una stanza-pellicola in cui strisce di film costituiscono le pareti. Ha girato 24 lungometraggi, e qui la distinzione tra doc e finzione davvero non ha senso: dallo sperimentale, Le Bonheur del ’65 a Senza tetto né legge dell’ 85 (un capolavoro), Leone d’oro a Venezia consegnato dal presidente della giuria Krzysztof Zanussi, una delle rare volte che questa regista magnifica viene riconosciuta dai festival, a parte il frettoloso risarcimento della Palma d’oro onoraria a Cannes 2015.

Senza tetto né legge segue la parabola della vagabonda interpretata da Sandrine Bonnaire in una clamorosa teoria di carrelli laterali, che letteralmente “accompagnano” il movimento anarchico e tragico della ragazza selvaggia, che sappiamo morta fin dall’inizio. Ancora poco conosciuta da noi, in Francia Varda è considerata come Godard: i suoi film sono usciti a Parigi anche in venti sale, come fosse la Marvel.

Agnès Varda si è spenta il 29 marzo a quasi 91 anni. Li avrebbe compiuti il prossimo 30 maggio. Lo scorso 13 febbraio aveva presentato il suo film in conferenza stampa a Berlino, in un incontro che – come spesso accaduto – si è trasformato in una lezione di cinema e pensiero.

Agnès ha parlato con la consueta lucidità, cinefilia rigorosa, profonda cultura. Ha respinto la definizione di leggenda azzardata da un giornalista: “Non sono una leggenda, sono ancora viva!”. Ha commentato il nuovo femminismo con lo storico impegno di sempre, ma senza rabbia, respingendo ogni forma di tristezza: “I’m a joyful feminist”, ha detto, sono una femminista gioiosa.

Perché quello di Agnès Varda è stato cinema felice: contiene alcuni film testamento, soprattutto l’ultimo, ma nessun momento esiziale, nessun funerale simbolico né paura della morte. Nell’immagine finale, la chiusura di Varda par Agnès, la regista svanisce in una tempesta di sabbia, ma lo fa con la quieta serenità di un tardo autunno: la sua scomparsa porta un dolore, è ovvio, ma tutto sommato averla avuta ci lascia felici. Lo sapeva anche lei: il cinema non è il mezzo per fermare il tempo, diceva, è il mezzo per accompagnarlo.

Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico

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