I pugni sulla città. Cent’anni di (tignoso) pugilato romano, in un doc

Già passato al RIFF arriva in anteprima al cinema Aquila di Roma dal 20 settembre, e poi in tour per l’Italia (Asap Cinema Network), “Boxe Capitale”, il doc di Roberto Palma che racconta Roma dalla prospettiva del ring. Cento anni di storia del pugilato romano, dalle prime palestre – come l’Audace che ancora esiste – a quella ospitata in un centro sociale, attraverso i racconti dei protagonisti. E quella “tigna” tutta romana che, racconta la leggenda, mise in fuga anche Benvenuti …

Un quadrato, con una lunghezza che può variare da quasi cinque metri fino a sette. Non di più. Una porzione piccolissima di spazio. Uno spicchio infinitesimale di città. Eppure da quel quadrato si può “leggere”, si può capire Roma molto di quanto possano fare tanti testi di sociologia. Perché quel quadrato si chiama ring e lì, lì sopra, si fa a pugni, si svolgono gli incontri di boxe.

Incontri, round, allenamenti che sono un angolo di visuale per capire questa città, così strana, così difficile, così altra rispetto agli schemi tradizionali di interpretazione. Ed è esattamente quello che fa Boxe Capitale, un lungometraggio di un’ora e dieci, firmato dal regista Roberto Palma, prodotto da Magda Film.

Ci vuole una premessa, però: la retorica sul pugilato ormai può riempire un’intera libreria, da qualche tempo riempie anche tanti speciali tivvù, magari in quelle emittenti che vorrebbero uscire dalla routine del quotidiano evento sportivo. Tanta retorica: sangue, sudore, sfida. A se stessi e al proprio avversario e via banalizzando.

Eppure, quel bagaglio di frasi fatte qui acquista un altro significato. È difficile spiegarlo con le parole: ma qui, in quest’ora e poco più, quelle frasi diventano vere. Suonano autentiche. Tutte. E sono decine. Decine di testimonianze di protagonisti della scena romana pugilistica. Vere non solo perché vecchi combattenti piangono, si commuovono mentre le raccontano – e piangono lacrime vere, di cui sembrano vergognarsi – ma perché sullo sfondo di quelle frasi c’è un’intera città. Le sue contraddizioni, i suoi drammatici, palesi squilibri. Le sue speranze. Che si riflettono nelle cose che dicono i pugili e gli ex pugili.

Speranze. Di più, di più rilevante: speranze collettive. Perché in questo doc si ripercorrono i cento anni di storia del pugilato romano. Dalle prime palestre – come l’Audace che ancora esiste – a quella ospitata in un centro sociale. E tutti i protagonisti raccontano di una boxe che in città si “viveva” di derby, di rivalità fra interi quartieri. Che addirittura rasentavano il “fatto politico” quando il campione della borgata andava a sfidare il boxeur di un quartiere più centrale.

Quei tempi, ovviamente non ci sono più. Ma la filosofia della scena pugilistica romana sembra rimasta la stessa. C’è il campione, l’ex campione europeo, che racconta di cosa abbia significato doversi allenare. Dopo una notte – una notte intera – passata a lavorare in un forno. Eppure “quel bisogno di superarsi, di dire: ce la faccio, ti faceva tornare in palestra pomeriggio dopo pomeriggio, spesso senza neanche un’ora di sonno”.

È quella molla, “cocciutaggine” la chiamano, che li porta sul ring. Non certo i soldi, perché nella capitale, per questo sport, ne girano veramente pochi. È quella molla che fa raccontare che Benvenuti – l’ex doppio detentore del titolo mondiale WBC e WBA, in Italia sinonimo di pugilato – una volta se ne uscì dicendo che prima degli epici incontri con Griffith, “si sarebbe allenato con chiunque ma non coi pugili romani. Troppo tignosi”.
Tignosi al punto che hanno salvato e stanno rilanciando lo “sport più bello del mondo. Ma che dico il più bello? L’unico”.

P.S. Giusto una piccola annotazione, è assente la scena pugilistica femminile romana. Magari potrebbe essere oggetto di un altro film.

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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