Il Decamerone di Jana, “corpo azienda” dell’Italia di oggi

Tra le colline bolognesi un gruppo di giovani aspiranti scrittori si confrontano con una signora di 46 anni che fa la prostituta, per scelta. È “Qualcosa di noi” , il ritorno al documentario di Wilma Labate…

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Quasi un Decamerone dei giorni nostri. Non la Firenze del Trecento, assediata dalla peste, visitata recentemente dall’algida visione dei Taviani. Ma Bologna di oggi, “assediata” da pestilenze più durature. Lavoro che non c’è, potere, denaro, sesso e crisi, soprattutto. Quindi la “fuga” nello spazio raccolto e “materno” delle colline, quelle di Sasso Marconi. Dentro una villa di campagna, un tempo luogo di incontri a pagamento. Dodici ragazzi, studenti di una classe di scrittura e soprattutto lei: Jana, che ha scelto il mestiere più antico del mondo per denaro, undici anni fa, consapevolmente. Jana, la narratrice di storie, che porta scolpite sul suo “corpo azienda” alla Blade Runner, tatuato da capo a piedi. Che fa da detonatore malizioso alle finzioni, ai mascheramenti sociali e ai pudori. Che spinge ciascun ospite al racconto di sè, alla “novella” quotidiana, perché alla fine “tutti hanno una storia che vale la pena raccontare”. Che, insomma, ci dice Qualcosa di noi, come recita il titolo di questo eretico ritorno al cinema del reale di Wilma Labate, in sala per L’Istituto Luce.

Il corpo di Jana, venduto per denaro, sembra l’Italia di oggi che sceglie consapevole la “scorciatoia”: “In due ore, quadagno lo stipendio di un mese in fabbrica”, racconta lei stessa, senza mai dimenticare, però, il prezzo pagato per la sua scelta. Jana sa bene che per quel lavoro è stata allontanata dalla famiglia, il figlio le ha tolto il saluto e gli amici anche, salvo poi recuperare gli affetti più vicini con “un perdono” tardivo. Sa pure che non si tratta di “femminismo”, come in tempi di olgettine qualcuno ha tentato di rivendicare, stravolgendo il senso  dell’antico adagio “il corpo è mio e lo gestisco”. Sa bene, insomma, che il suo corpo è merce, ed ha un “valore monetario” al servizio dei suoi clienti, rappresentanti di un universo maschile carico di solitudine e modelli sociali omologati. Come in una sorta di terapia di gruppo, i racconti di Jana offrono il la per la riflessione collettiva. Senza giudizi e preconcetti. Col passo lieve della scoperta, la leggerezza di chi sa guardarsi dentro con ironia. Wilma Labate scava con rispetto nelle vite di ciascuno. Le aspirazioni, per lo più frustrate, di molti dei giovani scrittori nell’Italia dove “la cultura non si mangia”. La sessualità, l’amore e poi gli affetti, più in generale, i veri “assenti” dal nostro presente mercificato. I temi più forti dell’oggi si rincorrono. Fino allo sguardo finale sull’esperienza della cultura come bene comune, simboleggiata dal teatro Valle occupato. Dove Qualcosa di noi si conclude offrendone un prezioso documento di memoria.

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Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine

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