Il Leone ruggisce a Gotham City. E per l’Italia tra Napoli, Parigi e Palermo



È Joker il Leone d’oro 2019 già in odore di Oscar. L’Italia, invece, vince con la Coppa Volpi per Luca Marinelli nei panni incerti di Martin Eden; col J’accuse di Roman Polanski, Gran premio della giuria, coprodotto da un Barbareschi scatenato contro le esternazioni di Lucrecia Martel; con La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco, il più irregolare dei nostri autori che, finalmente, si porta via un bel riconoscimento: il premio Speciale della giuria. Mentre la miglior regia va allo svedese Roy Andersson per i suoi folgoranti tableau vivant sull’esistenza (About Endlessness) coi quali aveva già vinto il Leone d’oro anni fa.

Eppure la fotografia più bella della cerimonia di chiusura di Venezia 76 è quella di Ariane Ascaride, magnifica eroina proletaria di Gloria Mundi, il nostro Leone del cuore che, con la Coppa Volpi in mano, racconta delle sue origini italiane, lei figlia di migranti arrivati per mare a Marsiglia e dedica, commossa, il suo premio a tutti coloro che sul fondo del “Mediterraneo restaranno in eterno”.

Di Venezia 76, invece, resterà un palmarès piuttosto incomprensibile, se non alla luce di quella sorta di boomerang lanciato dalla stessa presidente di giuria, con la sua presa di distanze dal Polanki bersaglio di tutti i #me too.

Le infinite polemiche, cavalcate alla grande soprattutto dal produttore Luca Barbareschi – soccorritore seriale di autori nei guai per scandali sessuali – , non potevano che portare d’ufficio, J’accuse, ai piani alti del palmarès, al di là degli indiscussi meriti artistici del film. Provocando, evidentemente, una reazione a catena che deve aver diviso non poco la giuria, sottoponendola a qualche compromesso in più di quelli abituali.

A cominciare forse, proprio da quella Coppa Volpi, che sarebbe stata su misura per il magnifico Joaquin Phoenix di Joker, salito comunque sul palco al fianco del regista Todd Phillips a ricevere il Leone d’oro. Ma anche, restando agli italiani, per il gigantesco Francesco Di Leva, splendido Sindaco del rione Sanità per Mario Martone. Piuttosto che incoronare il pur bravo Luca Marinelli, svolta però, meno bravo del solito in questa traballante traduzione napoletana del capolavoro di Jack London firmata da Pietro Marcello. Sarà stata l’abilità del giurato italiano Paolo Virzì – e le spinte di Raicinema – a spostare le lancette dei giurati, chissà.

Completano il palmarès il premio alla sceneggiatura per il visionario e letterario, No.7 Cherry Lane di Yonfan, il Premio Mastroianni all’attore emergente Tony Wallace per l’australiano Babyteeth e il Leone del Futuro Luigi De Laurentiis per l’opera prima che va al sudanese You Will Die At 20 di Amjad Abu Alala, presentato alle Giornate degli Autori.

Mentre fuori dal palazzo del cinema tanti ragazzi, attivisti dei comitati “No grandi navi” – appoggiati anche da Mick Jagger – ci ricordano il pericolo dei mutamenti climatici. Strada senza ritorno imboccata dal feroce capitalismo globalizzato, i cui cupi effetti ci narra Todd Phillips trasportandoci nella Gotham City di Joker, meritato Leone d’oro già in odore di Oscar. A riprova di una Mostra che ultimamente, forse, ha lo sguardo troppo rivolto a Hollywood.