Il massacro di St Peter’s Field. A lezione di democrazia con Mike Leigh

In sala dal 21 marzo (per Academy Two), “Peterloo” il nuovo fluviale film del grande Mike Leigh, dedicato ad una pagina nera delle battaglie per i diritti della storia britannica. Quando nel 1819, a Manchester, l’immensa manifestazione popolare per reclamare diritti civili, una testa un voto, e più umane condizioni di lavoro e di vita, finì repressa nel sangue. Una magnifica ricostruzione d’epoca sull’eterno scontro tra poveri e oppressi e l’avidità e la protervia, la crudeltà del potere. Un film che dovrebbero vedere quelli che il giorno delle elezioni restano a casa perché tanto, che serve votare? …

Peterloo è un film che dovrebbero vedere quelli che il giorno delle elezioni restano a casa perché tanto, che serve votare? Quelli che, anche giustamente, avvertono che la democrazia non è sempre rose e fiori e che anzi talvolta le spine sono particolarmente pungenti. Quelli stessi che però non sanno, o non ricordano che il diritto al voto non è un dono dal cielo, che non c’è sempre stato, che non è scontato, che in tanta parte del mondo si paga col sangue il rivendicarlo.

Peterloo è un film che dovrebbero vedere quelli che non sopportano i sindacati, che li ritengono inutili e che, vedendone il declino, gioiscono, senza nemmeno l’onore delle armi per tutto quello che hanno rappresentato nella storia, nel garantire comunque diritti che, anche in questo caso, non sono piovuti dal cielo e che in tanta parte del mondo si paga col sangue il cercare pur di ottenerli.

Peterloo è un film su cui dovrebbero poter meditare soprattutto i giovani che non hanno cognizione del passato e pensano che il mondo sia iniziato oggi. Uno di quei film che, si dice, dovrebbero essere portate le scuole a vederlo.

Peterloo dopo essere passato a Venezia esce ora nelle sale, prodotto da Giorgina Lowe per Thin Man film, ed è l’ultima fatica di un grande regista, Mike Leigh, classe 1943, pluripremiato ai maggiori festival, sette nomination agli Oscar, ultima pellicola firmata, prima di questa, l’affascinante Turner, 2014, ritratto a tinte forti del grande pittore inglese.

Ma Mike Leigh è anche uno dei due giganti del cinema britannico – l’altro è Ken Loach – che nei loro film “impegnati” (lui ammette esplicitamente che la monarchia inglese è “anacronistica”) sanno fare politica facendo opere di altissimo livello. Politica “di sinistra”, raccontando storie di gente comune, operai, minoranze, in lotta col potere dei forti e dei ricchi, schierandosi e dando giudizi politici e morali ma sempre rispettando la verità storica, sempre lasciando allo spettatore il compito di elaborare informazioni, di accumulare emozioni prima di emettere il verdetto finale. “Questo film- ammette amaramente Leigh – è diventato, in questi anni, da quando ho iniziato a lavorarci, sempre più attuale”.

Siamo nel 1819, nell’Inghilterra che ha finalmente battuto a Waterloo l’odiato Napoleone. Il vincitore, il duca di Wellington, è ricoperto di onori e di una montagna di denaro. Il nemico è sconfitto, ma la paura per le idee della rivoluzione francese sono ancora gli incubi delle case regnanti, dell’aristocrazia, della borghesia ricca, degli apparati civili e militari dello stato.

In quegli anni l’Inghilterra vive anche l’epopea, tanto frenetica quanto drammatica, della prima industrializzazione. Manchester, con la sua industria tessile, ne è l’epicentro. Capannoni affollati di telai che battono freneticamente, uomini, donne e bambini che vi lavorano in giornate senza fine, in condizioni subumane, senza alcun diritto, con retribuzioni da fame, che si coprono quasi di stracci e che si nutrono di patate o poco più. La realtà dell’Oliver Twist di Dikens, quella che, anni dopo, nel ’48, Carlo Marx descrisse minuziosamente nel suo Capitale.

Questo è lo sfondo su cui si svolge il film. Il nome, Peterloo, fu coniato all’epoca per designare una data di quel 1819, il 16 agosto, in cui una immensa pacifica manifestazione di 60mila persone che reclamava diritti civili, una testa un voto, e più umane condizioni di lavoro e di vita, riunita al St Peter’s Field, finì in un bagno di sangue con 15 morti, compresi una donna e un bambino, infilzati a fil di spada e presi a fucilate dagli ussari e dai fanti – su ordine di tutti i poteri costituiti uniti dalla paura e dall’ottusità – e centinaia di feriti. E siccome la memoria di Waterloo era ancora ben vivida, il suo nome fu fuso con quello della piazza: Waterloo più St Peter divennero Peterloo.

Per realizzare questo monumentale film, due ore e 34 minuti per l’esattezza, Leigh ha lavorato cinque anni. E le riprese sono durate ben 16 settimane di cui cinque per girare con tre telecamere, il massacro. Lo racconta lui stesso: “prima di tutto minuziose ricerche storiche fatte di persona”. Poi una lunga collaborazione con una vera storica; e ancora: una lunga istruzione degli attori, uno per uno, a spiegare tutto sul personaggio che dovevano interpretare, ripetendo l’operazione anche con ogni singola comparsa.

Stessa pignoleria per ricreare gli ambienti, per riprodurre i costumi dell’epoca avvalendosi dei suoi abituali collaboratori. I personaggi, nella stragrande maggioranza realmente esistiti, sono autentici ritratti con tutta la rudezza di lineamenti ed espressioni che ne consegue. E perfino i dialoghi, i discorsi, i dispositivi delle atroci sentenze della magistratura contro dei poveracci angariati, sono pressoché testuali.

Insomma una magnifica ricostruzione dell’epoca per raccontare lo scontro -ineluttabile nella ricostruzione che ne fa il regista- fra le rivendicazioni di poveri e oppressi e l’avidità e la protervia, la crudeltà del potere. “Nel mio film faccio agire tutti i singoli protagonisti che compongono l’insieme” spiega Leigh.

E difatti nel grande affresco si riconoscono davvero tutti i protagonisti. Vale la pena enumerarli: da una parte la monarchia, col Principe Reggente, figlio di Giorgio III, futuro Giorgio IV; il governo, i giudici, i militari, la polizia. Dall’altra i poveri cristi del popolo, rappresentati dalla famiglia che tutti li riassume assunta come filo conduttore della storia; i politici e protosindacalisti che li rappresentano, naturalmente divisi fra riformisti moderati e radicali; le prime organizzazioni femminili, i giornalisti che iniziano ad essere testimoni e protagonisti del fatto pubblico.

È un film corale, nel quale scompaiono i singoli personaggi, col risultato che non c’è l’attore che prevale. Citiamo per tutti Rory Kinnear, interprete di ben tre film della saga James Bond, nel ruolo Henry Hunt, ricco proprietario votato alla causa del popolo, riformista moderato e pacifista, oratore della manifestazione tramutata in strage. Bravissimo, come tutti gli altri nella caratterizzazione di quelle che sono vere e proprie maschere: il Principe, il Povero, il Giudice, il Militare, il Re, il Politico buono eccetera eccetera.

Stupenda anche la fotografia, colori scuri che predominano a rimarcare la cupezza dell’episodio raccontato.
Certo, il tono è molto pedagogico, talvolta diventa perfino prolisso e può annoiare il pubblico. Insomma anche una bella sforbiciata non ci sarebbe stata male. Ma vale la pena vederlo. A proposito: il film finisce che il Reggente brinda alla strage mentre viene sotterrata una delle vittime, il giovane Joseph che avevamo visto nella primissima scena mentre si aggirava frastornato, suonando la tromba, sul campo di Waterloo.