Il Sessantotto degli Zombies. Cinquant’anni fa con Romero

Era il ’68 quando un giovanissimo George Andrew Romero portò al cinema “La notte dei morti viventi”,  un “filmetto” in bianco e nero – costato 60.000 dollari che avrebbe incassato oltre 30 milioni – ispirato al libro di Richard Matheson, Io sono leggenda. Gli zombies assediano il ranch in Pennsylvania mentre  lungo tutto il Paese, la società ribolle, gli studenti gridano i loro slogan contro la guerra del Vietnam, il movimento dei diritti civili si afferma, nonostante la conta delle sue vittime  …

… Ogni mattina era ancora invasa dall’orrore dei sogni (Luigi Pirandello, L’esclusa, 1919).

Asserragliati in un casa isolata, nella Pennsylvania rurale. Fuori, la minaccia è immanente ed enorme. Mostruosa ed incontenibile.

È un assedio. Arriva la notte. Assi di legno ricavate da mobili sono state inchiodate all’uscio e alle finestre; altra mobilia accatastata dovrebbe garantire che quello spazio “sicuro” non venga occupato…

Non siamo in un ranch che deve difendersi dall’attacco degli indiani (anche se la memoria cinematografica va anche a quello), il tutto assomiglia di più alla situazione di terrore senza limiti de Gli uccelli di Hitchcock in cui innocui pennuti sono divenuti sanguinari flagelli biblici che tentano, anche loro, irruzioni.

Zombies, dai movimenti lentissimi ma assai determinati, uniti da un vincolo di gruppo, incedono verso quel cottage, e verso chissà quanti altri nello stesso momento, per dare sfogo al proprio cannibalismo.

Ma allora, cosa sta succedendo? Come afferma il manifesto de La Notte dei morti viventi: “They won’t stay dead!”, “loro”, semplicemente, non vogliono più restare morti. Proprio come gli uccellini di Hitch, che si sono, semplicemente, scocciati di essere “carini”.

Raccontiamo di un “filmetto” in bianco e nero, costato 60.000 dollari e che in totale ne incassò oltre 30 milioni. Questo è il fenomenale impatto che lungo il 1968 (quando tanto d’altro era all’ordine del giorno) determinò il “lavoro” fatto in totale economia del regista debuttante (28 anni) George Andrew Romero e dai suoi amici. Film ispirato ad Io sono leggenda (“I am legend”) di Richard Matheson (autore anche di Duel, cui il film del giovane Romero non piacque).

Fuori da quella casa di campagna della Pennsylvania, lungo tutto il Paese, la società ribolle, gli studenti gridano i loro slogan contro la guerra del Vietnam, il movimento dei diritti civili si afferma, nonostante la conta delle sue vittime, Martin Luther King, Bob Kennedy, il mondo cambia in modo inarrestabile sulle note de The Times They Are a-Changin di Bob Dylan.

Un occhio ai tempi, l’altro ai propri incubi, Romero tiene a bada i suoi fantasmi e quelli dell’America intera.

Fuori casa i mostri, dentro un melting pot indice dell’epoca.

Sette sono i personaggi in scena: Barbara (restata senza il fratello Johnny dopo essere stati entrambi assaliti in un cimitero), che si rifugia nella casa. L’afroamericano Ben che nella casa irrompe per sfuggire agli zombies ed ha idee chiare e la necessaria voglia di sopravvivere. Harry e Tom, già nascosti in cantina, fuggiti dall’aggressione. Harry, più su con gli anni dell’altro, è con la moglie Helen e la figlioletta Karen, mortalmente ferita da una creatura. Tom è in compagnia della fidanzata Judy.

Sarà una notte da incubo, durante la quale la Nazione intera lotterà contro i mostri per venirne a capo solo alle prime luci dell’alba.

Nel mentre, la nottata di spavento di Ben, comunque al comando del gruppo litigioso e spaurito dei resistenti, passata a cercare di opporsi agli assalti dell’orda in tanti cruenti modi, sembra non aver fine. Gli esseri si moltiplicano sempre più. Ben: “Coraggio… Ci penserò io a quelli. Il guaio è che prima o dopo ne arriveranno degli altri!”.

Nella zona della casa giungono infine i “rinforzi”: un elicottero, poliziotti armati di fucili, cani addestrati. Gli zombies vengono snidati ed eradicati con un colpo di fucile alla testa (quel che si è scoperto essere l’ unico modo per ucciderli; stavolta, chissà, definitivamente).

Allertato dai rumori dei numerosi spari dei poliziotti, Ben, sempre guardingo, si avvia al piano di sopra: vuole aver chiara la situazione. Un poliziotto giunto nei pressi della casa, intravedendolo dalla distanza con un fucile in mano, lo scambia per uno zombi e lo colpisce direttamente alla testa, guadagnandosi i complimenti dello sceriffo accanto a lui. Sceriffo: “Bel colpo. Okay, è morto, andiamo a prenderlo, ce n’è un altro da fare arrosto!”. Il film finisce così.

Il 4 aprile 1968 Martin Luther King era stato assassinato a Memphis, mentre era sul balcone del secondo piano di un motel, centrato proprio da un colpo di fucile di precisione. Il film di Romero ebbe la sua prima rappresentazione pubblica il 1 ottobre del 1968.

Romero, l’inventore del genere zombies, papà cubano, mamma lituana, newyorkese del Bronx, di studi decisamente poco approfonditi, nelle tante interviste negherà ogni minimo approccio politico della sua opera. Come pure ogni idea di aver voluto far cenno indiretto alla morte di Martin Luther King.

Sta di fatto che l’uccisione di Ben (l’attore Duane Jones ), eroe positivo del film, per mano di agenti quanto meno superficiali, finisce con l’essere un possente atto di accusa contro il potere che nega ogni protagonismo dei cittadini. Ed ancor più dei cittadini afroamericani.

Tra l’altro, Duane Jones, come riportano gli annali, era il primo afroamericano a ricoprire un ruolo da protagonista che non fosse motivato da questioni puramente etniche del personaggio. Ciò conferiva al film di Romero un valore politico a prescindere dalle intenzioni dell’autore.

Reclama Romero di aver “soltanto” lavorato su una buona traccia, quella de Io sono leggenda, e su un buon “what-if?” per la sua sceneggiatura.

Cresciuto coi Racconti di Hoffman di Michael Powell, Romero ammette solo la propria fascinazione per la Paura. Niente di più. Per il resto racconta, come uno spettatore, quel che gli è capitato. Come in una intervista al Manifesto (novembre 2011) quando ricorda: “Al netto dei messaggi portati da film come La notte dei morti viventi, oggi dovrei sentirmi un antropologo del cinema. Non è così. Quando scrivo un nuovo film, non mi siedo a tavolino pensando “ora la prossima generazione la faccio crescere così”. E tutto quel che accade nel ’68 è pura casualità. Il fattore razziale? Il protagonista doveva essere un attore di pelle bianca, all’inizio. Ma un’amica mi convinse a provinare Duane Jones. E la metafora del nero a capo di una comunità nel caos è venuta spontanea. Duane era molto preoccupato: “George, sono io quello che deve uscire dal cinema dopo aver fatto a fettine quei dannati bianchi”, diceva. Ho preso atto del possibile impatto cinematografico solo nei giorni dell’omicidio di Martin Luther King, tentando di vendere il mio film alla Columbia. Oggi rivedo il finale nichilista de La notte dei morti viventi e comprendo perché gli zombi trasmettano quel forte senso di protezione. Sono i razzisti fascisti, quelli con il potere delle armi, i veri mostri. E non te ne liberi”.

Ecco George Andrew Romero, tra sogno e realtà, incubo delle tenebre e luce del giorno. Cose immaginate e cose realmente accadute. Racconti scritti, film fatti ed una vita vissuta da vero affascinato dalla Paura, col senso di instabilità che crea, con la visione allucinata, eccentrica, rivoluzionaria del mondo che offre. Una lente deformante. Come in ogni incubo che si rispetti…

Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino

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