Con Citto Maselli a lezione di 900: “Il sospetto”…

Secondo appuntamento di una serie di incontri col grande autore, per condividere i suoi film e la nostra storia. In tempi di memoria corta come i nostri vi proponiamo questo cammino a ritroso per guardare meglio al presente. È la volta de “Il sospetto” del 1975, il Pci sotto il fascismo, quello dei Settanta, la militanza…

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“Sono un militante del partito comunista italiano e non ho altro da dichiarare”. Era il 1975 e nessuo si sarebbe immaginato che il “compagno Emilio”, col volto intenso di Gian Maria Volontè, sarebbe diventato un’icona di quegli anni. Non solo di piombo, ma anche di conquiste sociali, politiche, culturali, col picco storico del Pci oltre il 33%.

Così Il sospetto diventò il film su cui “si formarono generazioni di comunisti” e la frase di Volontè rivolta al funzionario dell’Ovra fascista che gli offriva di farsi spia per salvarsi la pelle, una sorta di “tormentone” di quegli anni carichi di speranze, finiti sotto il peso dalla lotta armata.

A raccontarcelo è lo stesso autore del film, Citto Maselli, nella “seconda puntata” di questo nostro viaggio nella storia d’Italia attraverso il suo cinema, cominciata a partire dal Sessantotto con Lettera aperta a un giornale dclla sera.

“Erano gli anni della grande spinta in avanti del Pci – spiega Citto Maselli – e Luigi Longo, segretario del partito subentrato a Togliatti, esortava perché si cominciasse a dire, finalmente, la verità sul partito comunista italiano, sulle origini, il settarismo, le sue spaccature, il clima di sospetto degli anni Venti e Trenta. Uscirono così i libri dello storico Paolo Spriano, di Camilla Ravera, di Teresa Noce, importantissimo il suo Rivoluzionaria professionale, e si andava sviluppando una ricca memorialistica. In tanti scrissero le loro autobiografie da cui emergeva la storia complessa dei partiti comunisti nel mondo coordinati dalla Terza Internazionale. Emergeva anche in diversi racconti, l’ingerenza sovietica staliniana nel partito, durante gli anni più bui del fascismo, quando operava clandestinamente dalla Centrale estera di Parigi . Vennero fuori, così, tante storie personali, racconti, ricordi… Scritti con cura malgrado tanti di loro fossero proletari, operai, contadini, mondine…”. Rivelazioni, per molti versi, inimmaginabili, allora. “Lo stesso Longo – prosegue Citto – la cui fuga dalla Francia occupata dai nazisti era stata organizzata con un aereo da Nizza per portarlo in Urss, preferì farsi arrestare dai fascisti piuttosto che andare a Mosca”.51LjZqiW9hL._SX373_BO1,204,203,200_

Insomma, una massa enorme di materiali, dunque, che Citto Maselli cominciò a leggere, esaminare, studiare. “Giornate intere  passate all’Itituto Gramsci  – ricorda – in cui, insieme a Stefania (Stefania Brai, responsabile cultura di Rifondazione comunista e sua compagna di vita, n.d.r), abbiamo letto di tutto per cui ho potuto poi scrivere La missione di Emilio R. nell’Italia fascista – che a tutte quelle testimonianze è ispirata”.

Ossia, come vediamo nel film, la storia di Emilio, militante comunista allontanato per le sue critiche e poi riaccolto dal partito che, nel 1934, viene inviato in Italia dalla Centrale parigina per smascherare una spia che sta compromettendo l’operato clandestino del Pci, nel momento dei grandi scioperi nelle fabbriche del Nord. Salvo poi scoprire di essere stato usato come esca dai compagni e, una volta arrestato, rifiutarsi di collaborare con l’Ovra (“Sono un militante del partito comunista italiano italiano e non ho altro da dichiarare”, appunto) e accettare il carcere, nonostante il tradimento subito.

Trovata la storia, dunque, Citto Maselli pensa bene di chiamare a sè altri due comuisti: Franco Solinas per la sceneggiatura e Gian Maria Volontè nei panni del protagonista. “Con Franco – prosegue il regista  – il lavoro è stato molto intenso. Solo che ad un certo punto, io che sono sempre stato abituato a riscrivere i dialoghi la sera prima delle riprese, mi sono trovato con qualche difficoltà. Così, per ripensarci in solitudine, sono sparito per un po’ raccontando a tutti di essere stato ricoverato in clinica… Mentre arrivavano telefonate di amici e compagni, soprattutto dall’Anac, preoccupatissimi!”.

Volontè, comunque, “era entusiasta – dice ancora Citto – l’idea di raccontare la storia dei comunisti durante il fascismo gli piaceva moltissimo. E nonostante qualche tensione sul set si gettò subito dentro la sceneggiatura, da vero attore-autore qual era”. Il film fu prodotto dalla Cinericerca – Grazia Volpi direttrice di produzione – insieme all’Italnoleggio e costò quasi un miliardo di lire: “Ricostruire gli ambienti d’epoca, le riprese a Parigi, Torino era molto costoso – spiega il regista – . E poi il montaggio, che ho fatto insieme a Vincenzo Verdecchi, pieno di salti temporali e flash back è durato un anno”.

Il titolo, poi, Missione nell’Italia fascista, “venne cambiato per paura da parte degli  esercenti di possibili attacchi fascisti nelle sale”, ricorda Maselli. Paura non peregrina in quegli anni, quando le squadracce mettevano a ferro e fuoco i cinema che, poche stagioni prima, proiettavano Allarmi siam fasciti! di Del Fra, Mangini, Micciché…

Così si optò per Il sospetto, anzi Il sospetto di Francesco Maselli a causa dell’intervento della casa di produzione americana Rko che deteneva i diritti di Suspicion di Alfred Hitchcock del 1941, in italiano, appunto, Il sospetto.

E alla fine, neanche “i sospetti” del Pci ostacolarono il successo del film. Alla proiezione presso la Direzione del partito  “Longo prendendo di contropiede tutti – ricorda Citto – esclamò ad alta voce : bravo Maselli, hai fatto un bellissimo film!”. Sull’Unità la recensione entusistica di Ugo Casiraghi apparve sotto il titolo: “Quando il cinema è arte”. Pajetta sull’Espresso scrisse: «La prima affermazione che voglio fare è che, in questo film, ci riconosciamo. E, riconoscendoci, pensiamo che se il pubblico vede nel Sospetto di Maselli un Pci di duri, non lo consideriamo un fatto negativo”. Mentre Moravia – sempre sull’Espresso – spiegava che «Il merito del regista di fronte a questa vicenda politica così ristretta e individuale è stato […] di privilegiare il momento esistenziale su quello storico. Emilio è prima di tutto un uomo che rischia la vita per la causa in cui crede…”.

Il dibattito fu acceso nei tempi a seguire, e il pubblico riempiva i cinema. Tanto che Citto Maselli pensò di proseguire il racconto di quegli anni spingendosi più in là. “Affrontando il ’39 – conclude – la guerra di Spagna, il ruolo dell’Internazionale, gli anarchici… Però, man mano che andavo avanti venivano fuori cose sempre più terribili dello stalinismo di quegli anni che sarebbe stato difficile, in un film, inquadrare nella giusta luce storica. Per cui non sono andato avanti”.

Passeranno infatti oltre dieci anni prima di decidere di rimettersi dietro alla macchina da presa per Storia d’amore nell’86. Ma questa, appunto, è un’altra storia che racconteremo nella prossima puntata.