“In quell’appartamento a disegnare per Fellini”. Emanuele Taglietti svela i segreti di “Mastorna”

Emanuele Taglietti, artista poliedrico e collaboratore di Fellini, racconta i segreti del film “maledetto” che l’autore riminese non portò mai a termine e a cui lavorò insieme allo scenografo Piero Gherardi. Quel nome, Mastorna, – dice – “era un acronimo e stava per Mastroianni ritorna”, contrariamente alla “leggenda” che lo voleva preso dall’elenco telefonico. Poi la preparazione del set in un appartamento a via Nazionale a Roma, i bozzetti e disegni e quel suo quadro che ricostruisce la scena di uno dei momenti salienti de “Il viaggio di G. Mastorna”, come la pensò lo stesso Fellini …

Emanuele Taglietti davanti al suo dipinto

«Lo sapevano tutti: Mastorna era un acronimo e stava per Mastroianni ritorna», afferma Emanuele Taglietti, artista poliedrico,  dalle decorazioni ai bozzetti e disegni per scenografie, dalle copertine per i popolarissimi pocket di fumetti erotici a quadri e pitture murali.

Da Ferrara (dove è nato nel 1943) a Roma, dalla Scuola d’Arte al Centro Sperimentale di Cinematografia, ai set e agli studios, tra Cinecittà, Dinocittà e i set televisivi: lavorando accanto a maestri scenografi come Piero Gherardi, Pierluigi Pizzi, Luciano Ricceri e con registi come Marco Ferreri, Renato Castellani, Dino Risi, Sergej Bondarciuk, Ettore Scola, Luciano Salce, Vittorio Gassman e non ultimo – anzi tra i primi – Federico Fellini.

Ecco perché Emanuele Taglietti ha a che fare – come vi spiegheremo tra poco – con Mastorna, quel G. Mastorna protagonista del film maledetto e mai fatto di Fellini. Ed ecco il perché della spiegazione dell’origine di quel nome magico e misterioso che le versioni ufficiali, accreditate dallo stesso regista, attribuivano invece al «caso», un caso molto particolare.

«Ero con Dino Buzzati – confermò Fellini a chi scrive, in un’intervista fattagli per l’Unità nel luglio del 1992 – che allora partecipava alla sceneggiatura e lui mi disse che bisognava scegliere un nome per far coagulare la storia. Spesso il nome di un personaggio o il titolo di una storia, se sono quelli giusti, possono contenere il racconto stesso. Così Buzzati aprì l’elenco telefonico milanese a caso e scelse Mastorna».

bozzetto di “Mastorna”

Seguendo il regista e il celebre detto «nomen omen», Mastorna conteneva davvero al suo interno il nome-destino dell’attore alter ego di Fellini, ovvero Marcello Mastroianni che fu uno dei candidati, assieme a Giorgio Strehler, Steve McQuenn, Paul Newman, Ugo Tognazzi e altri per interpretare Il viaggio di G. Mastorna. Il poeta Andrea Zanzotto che collaborò con il regista, al mistero del nome diede una sua ulteriore interpretazione, per così dire «a contrario»: «Il Mastorna è un fantasma che ha perseguitato Fellini per tanti anni… Mastorna mi sembrava la deformazione dello spagnolo «mas torna», che non torna più, un film sulla morte, insomma, fondato sui principi d’esistenza di un mondo dell’oltrevita».

Fellini mostra come suonare il violoncello sul set del film (Foto di Tazio Secchiaroli)

Ci fermiamo qui e non ci addentriamo nella lunga, complicata e dolorosa (il regista poco prima si era gravemente ammalato) storia che caratterizzò l’ideazione, la gestazione, i conflitti col produttore, i ripetuti e falliti tentativi d’iniziare le riprese, segnati anche da malevoli sogni e presagi, e infine la rinuncia a realizzare il film; fino alla trasmutazione, anni dopo, in un fumetto, Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, ripensato da Fellini (con protagonista Paolo Villaggio) e disegnato da Milo Manara (con la complicità di Vincenzo Mollica che curò il volume, uscito nel 1992 per gli Editori del Grifo).

L’atterraggio di emergenza davanti al Duomo di Colonia nella versione disegnata da Milo Manara

Il tutto, peraltro, è ampiamente noto ed è stato raccontato e documentato da decine di libri (a cominciare dalla biografia sul regista di Tullio Kezich), saggi, interviste, documentari e altro che si trovano facilmente anche su internet. Tra i molti contributi, il più recente, è quello di Dominique Budor, Voyage imaginaire dans les arts de l’image – Le voyage de Giuseppe Mastorna de Fellini-Manara, Italies, 17/18 | 2014, 471-486 (qui è scaricabile la versione digitale). E, proprio in questi giorni a Parigi al Théâtre du Vieux-Colombier (regista Marie Rémond), è in scena una pièce tratta da un testo curato da Aldo Tassone e Françoise Pieri.

Torniamo allora a quanto ci ha raccontato Emanuele Taglietti che abbiamo incontrato di recente in occasione di «Lucca Collezionando», manifestazione all’interno della quale era allestita una bella mostra di alcune sue opere (il prezioso libro-catalogo sull’artista, su tutte le sue copertine, sui suoi dipinti e acquerelli è edito da Mencaroni Editore).

Una tavola del «Poema a fumetti» di Dino Buzzati

Un racconto che l’artista cortesemente ci ha fatto davanti al suo magnifico dipinto a tempera del 2018 (lo vedete nella foto) che ricostruisce la scena di uno dei momenti salienti de Il viaggio di G. Mastorna, come la pensò Fellini e come doveva essere realizzata su bozzetto di Piero Gherardi.

Taglietti, che aveva già lavorato al fianco di Gherardi in Giulietta degli Spiriti (1965), l’anno dopo venne chiamato per collaborare al nuovo film del regista riminese che aveva come titolo provvisorio Fellini. La preparazione, prima del set, si svolse in un piccolo appartamento di Via Nazionale a Roma, dove ogni giorno Taglietti si vedeva con Piero Gherardi e l’altro scenografo Luciano Ricceri. E dove, ogni tanto, passava anche Fellini che discuteva con loro e controllava i disegni e i bozzetti.

Tra questi – racconta Taglietti – ce n’era un altro con raffigurata una stazione ferroviaria di fantasia dove su un binario è fermo un grande treno alto quattro piani. Dino Buzzati – che aveva scritto il racconto Lo strano viaggio di Domenico Molo, letto da Fellini in gioventù e che in parte ispirò il Mastorna – nel suo Poema a fumetti del 1969, disegnerà il «treno dei morti» composto proprio da alti vagoni di quattro piani.

La sequenza iniziale del film avrebbe dovuto mostrare un aereo – con a bordo il violoncellista G. Mastorna – che, a causa di una tempesta, era costretto a un atterraggio di emergenza in una grande piazza di una città circondata da edifici e monumenti storici di ogni parte del mondo: la Cattedrale di Colonia, l’Ospedale San Giorgio a Venezia, la Chiesa di Sant’Andrea della Valle a Roma e un grande tempio orientale, forse buddista – come ci racconta l’artista ferrarese.

Fellini mentre trucca Marcello Mastroianni da G. Mastorna

Ma la costruzione pratica di tutti quei monumenti avrebbe richiesto troppi soldi e Dino De Laurentiis – già in contrasto con Fellini per le esorbitanti previsioni economiche e per altri motivi: da superstizioso qual era mal sopportava di fare un film che aveva al suo centro il tema della morte – «tagliò» drasticamente la scenografia, facendo realizzare soltanto il modello del Boeing, la Cattedrale e un lungo edificio moderno piuttosto anonimo. Il quadro dipinto da Taglietti ci restituisce l’ immaginata scena completa e su di essa fa apparire il volto di Marcello Mastroianni.

Come invece andarono le cose nella realtà lo si può vedere (qui su YouTube) in un documentario del 1969 dal titolo Fellini: A Director’s Notebook, realizzato in inglese per la Nbc. Nella parte iniziale Fellini conduce lo spettatore sul set, allestito sulla Pontina, e lo attraversa mostrando lo sfondo con la Cattedrale, l’aereo e il lungo edificio.

Entra in scena un gruppo di hippies che dialogano con il regista e uno di loro, a un certo punto, si mette a recitare un poemetto dal titolo Mastorna Blues che fu scritto dall’amico Bernardino Zapponi. Poi il regista entra in un capannone dove sono ammassati oggetti, modelli e costumi di scena; una donna della troupe tira fuori da uno scaffale un bozzetto originale che mostra la scenografia che abbiamo appena visto nel documentario con il Duomo di Colonia e gli alti edifici moderni.

È la versione «tagliata» di quella che avrebbe dovuto essere la vera e metafisica piazza ritratta nel quadro di Taglietti. Una piazza sulla quale il volto di Mastroianni dipinto da Taglietti sembra – come disse Fellini – «un fantasmone minaccioso e ingombrante… un’inarrestabile forza radioattiva, un fluido mastorniano che aleggia qua e là».