La corsa di Charley nello stomaco dell’America

In sala dal 5 aprile (per Teodora), “Charley Thompsondel regista britannico Andrew Haigh (quello del magnifico “45 anni”), ispirato al romanzo dello scrittore e musicista Willy Vlautin. Negli spazi di un’America in ombra alla Sam Shepard, il viaggio di un ragazzo solo col suo cavallo, in cerca della zia, unica persona della sua famiglia rimasta in vita. Passato a Venezia dove il protagonista Charlie Plummer ha vinto il Premio Marcello Mastroianni come migliore attore emergente….

Charley Thompson del regista britannico Andrew Haigh, in corsa per il Leone d’oro, è tratto da un romanzo di Willy Vlautin (La ballata di Charley Thompson, Strade Blu Mondadori). Alla pari del romanzo, anche il film può essere inserito in quel filone tipicamente nordamericano che un tempo veniva definito dirty realism, un tipo di realismo caratterizzato dalla descrizione di figure e luoghi marginali e dalla predilezione per narrazioni asciutte, senza troppi orpelli, e che ha in nomi come Raymond Carver e Richard Ford i propri numi tutelari.

Charley, il giovane protagonista interpretato da Charlie Plummer, dopo essere stata abbandonato da sua madre vive con il padre. I due conducono una vita precaria e instabile, talmente condizionata dall’incessante susseguirsi di trasferimenti da un città all’altra da impedire a Charley di frequentare la scuola e di giocare a football, la sua passione.

Ma Charley non incolpa il padre per questa mancanza, sa bene che suo padre lo ama molto, e sa anche che l’amore da solo non basta a offrire stabilità durature. Gli adulti da cui è circondato somigliano a contadini intenti a coltivare terreni ciclicamente funestati da calamità di tutti i tipi. Le debolezze, i rimpianti, i vizi e gli errori planano sui loro tentativi come sciami di cavallette voraci, devastando il poco che si era riuscito a far crescere e imponendo un nuovo esodo.

Ma la parola esodo non tragga in inganno, questa non è la Bibbia, qui non c’è alcuna terra promessa. Qui gli esodi sono privati, spesso solitari, ci troviamo nello stomaco dell’America: strade, case, lavori, biografie, tutto è anonimo, tutto sembra essere stato ideato con lo scopo di contenere vite marginali, e tali farle rimanere. Come i pavimenti ospedalieri vengono ricoperti di linoleum, perché è facile da ripulire dalle deiezioni e perdite dei pazienti, allo stesso modo la periferia americana è in grado di cancellare le tracce confuse delle persone che l’hanno abitata.

Una nota di speranza sembra balenare all’orizzonte quando Del, interpretato da Steve Buscemi, assume Charley come aiutante e lo introduce al mondo delle corse equine. Il ragazzo ha infatti modo di utilizzare quell’energia e quelle qualità che la sua vita ordinaria non gli permettevano di esprimere. Charley ha anche modo di affezionarsi a uno dei cavalli, il Lean on Pete che dà il nome al film. Nonostante Bonnie, una pregevole Chloe Sevigny, che lavora per Del come fantina, provi in tutti i modi a dissuaderlo da ogni attaccamento affettivo: i cavalli servono per le corse, e se le corse sono tante, troppe, finiscono con l’accorciare in modo brutale la carriera del cavallo, avvicinando l’appuntamento con il macello.

Tutto ciò che amiamo è destinato a finire, coloro che amiamo ci tradiranno o ci abbandoneranno, meglio restare a galla, meglio vivere il minimo sindacale e sempre pronti alla ritirata, è questo l’insegnamento che Del e Bonnie provano a impartire al ragazzino con cui viaggiano di gara in gara. Ma Charley, la vita la sta iniziando, è giovane, e la gioventù, in qualsiasi condizione la si viva, non accetta limitazioni di questo tipo. La gioventù non è una marcia e non è una passeggiata, è una corsa.

Si può correre per raggiungere un posto, qualcuno, o per scappare: Charley corre per entrambe le ragioni. Dopo che suo padre viene ucciso da un marito geloso per una stupida storia di corna, e dopo aver scoperto che Lean on Pete è in procinto di essere venduto a un macello messicano, Charley decide di rapire il cavallo e di dirigersi verso l’unica altra persona a cui abbia voluto bene a da cui sia stato ricambiato, sua zia.

Prima di raggiungerla Charley dovrà però superare una lunga serie di difficoltà e brutture. Circondato da un’umanità dolente in cui colui che ti toglie dalla strada è anche colui che prova a rapinarti una volta ubriaco, in cui chi ti becca a rubare del cibo non ti lascia scappare via per pena, ma perché ha cose più importanti a cui badare. Prima che Charley riesca a ricongiungersi con sua zia sarà anche costretto a osservare la morte violenta del suo amato compagno di viaggio, il cavallo, ucciso dallo scontro con una macchina.

Questa ennesima sciagura sottolinea il problema maggiore del film, che seppur ben scritto e ben recitato, dà in alcuni momenti l’impressione di essere strutturato come una via crucis, con tappe egualmente crudeli e piuttosto simili tra loro. Pur restando una pellicola toccante e potente, viene il dubbio che in alcuni momenti avrebbe meritato maggior spazio e maggior profondità, e che di altri momenti, invece, si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno.

Chi invece ha sempre avuto un talento speciale per la misura e gli spazi narrativi, è sicuramente Sam Shepard, altro cantore di questa America in ombra, deceduto da poco. Ed è con le sue parole che sembra più giusto concludere, perché sono al tempo stesso una preghiera e una rivendicazione:

“3.30 a.m

è un gallo

o una donna che strilla in lontananza

è cielo nero

o sul punto di farsi blu cupo

è una stanza di motel o la casa di

qualcuno

è il corpo di me vivo o morto

è il Texas

o Berlino Ovest

che ore sono comunque

quali pensieri

posso chiamare alleati

imploro una tregua

da tutti i pensieri

una stanza pulita

in spazio bianco

lasciatemi battere la strada a testa

vuota

almeno una volta

non sto elemosinando

non mi butterò in ginocchio

non sono in condizioni di

combattere”.

Orso Jacopo Tosco

scrittore

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2 Risposte

  1. Silvia ha detto:

    Recensione talmente bella che bisognerebbe correre a conoscere chi l’ha scritta, se non a vedere il film o a leggere il libro. Ma non ce la faccio a vivere un’altra via crucis….

  2. Gabriella Gallozzi ha detto:

    beh potrai più facilmente leggere il libro di Orso Tosco, “Aspettando i naufraghi” edizioni minimun fax in uscita a metà maggio!!

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