La giustizia fai da te di una madre con la pistola

In sala dal 17 novembre (per Officine Ubu) “Per mio figlio” di Frédéric Mermoud, liberamente ispirato al romanzo della scrittrice francese Tatiana de Rosnay. Una madre, un figlo morto in un incidente d’auto, il dolore devastante e i sospetti nei confronti di una donna. Un’ottima Emmanuelle Devos…

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Come si legge nelle note di accompagnamento del film franco-svizzero Per mio figlio, di Frédéric Mermoud, distribuito in Italia da Officine blu, si tratta della (libera) trasposizione cinematografica di un libro della popolare scrittrice francese Tatiana de Rosnay, e intitolato Moka con riferimento al colore della Mercedes che svolge un ruolo importante nella vicenda.

Diane Kramer, la protagonista, è devastata dalla morte del figlio Luc in seguito a un investimento, che in base ad alcune testimonianze risulta essere avvenuto ad opera di una Mercedes di quel colore, guidata da una donna bionda fuggita via dopo l’incidente.

In cerca di giustizia fai da te, Diane si arma di una pistola e si insinua nella vita di un’elegante signora bionda proprietaria di una profumeria, principale sospettata dell’omicidio, fino alla conclusione che si rivelerà diversa da come la madre di Luc l’aveva immaginata.

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Il libro ambienta la vicenda a Parigi e Biarritz, mentre l’azione del film si svolge quasi interamente presso la cittadina termale di Évian, in Alta Savoia, che si affaccia sul lago di Lemano nelle immediate vicinanze del confine svizzero.

La fotografia fredda e autunnale di Irina Lubtchansy, che rende il paesaggio quasi inospitale, contribuisce a dare alla vicenda un vago senso di inquietudine, coadiuvata in questo dalla pioggia incessante e dalle musiche piuttosto incombenti di Christian Garcia e Grégoire Hetzel.

L’atmosfera ricorda, non casualmente, quella della serie televisiva francese Les revenants, che costituisce il pezzo forte della filmografia di Frédéric Mermoud (autore della serie del 2012).

Ottima la prova della protagonista, alla quale Emmanuelle Devos presta la necessaria dose di angoscia e determinazione materna, così come quella della coprotagonista Nathalie Baye, che si presta al ruolo di donna di mezza età adagiatasi nella vita della provincia e in un matrimonio a rischio naufragio.

Interessante anche il fatto che le figure maschili siano relegate a ruoli secondari e privi di sfumature, secondo un cliché che sta prendendo piede nel cinema occidentale, specie quando la regia è affidata a una donna.

Dove il film però mostra i suoi limiti è nella scarsa alchimia con cui i personaggi interagiscono tra di loro, di modo che alla fine la vicenda risulta priva di pathos e di vero spessore, lasciando un po’ delusi rispetto a quelle che erano probabilmente le ambizioni del film.