La nostra “Patria” fondata sui licenziamenti

PATRIA-Gabardini-Pannofino-Citran-2014

È un tuffo al cuore Patria il nuovo film di Felice Farina, ospite delle Giornate degli Autori. Un film “orgogliosamente politico per restituire un pacchetto di memoria agli smemorati e recuperare la condivisione come parola d’ordine”, dice l’eclettico autore, di ritorno a Venezia dopo La fisica dell’acqua del 2010. Un film “operaio” ma che riguarda tutti noi, ispirato all’omonimo romanzo di Enrico Deaglio in cui l’Italia degli ultimi trent’anni è narrata attraverso i nodi cardine della nostra Storia, a partire dall’omicidio di Aldo Moro. Una storia che nel film viene evocata, tra speranze tradite, ricordi personali, stragi e giochi di potere, da tre operai arroccati sulla torre della loro fabbrica in dismissione.

Come su un’astronave sospesa sul cielo plumbeo di una città industriale, i tre lavoratori (col volto di Francesco Pannofino, Roberto Citran e Carlo Giuseppe Gabardini) – un sindacalista, un custode e una tuta blu – combattono l’estrema battaglia contro la chiusura della loro fabbrica. Una delle tante che in Italia la crisi sta spazzando via, insieme ai posti di lavoro, alle vite di chi ci lavora, alle loro identità. Nel corso di una notte, in attesa della “televisione” che dia voce alla loro lotta solitaria e disperata (amaramente ironico l’arrivo dei giornalisti del Tg3), i tre danno vita ad un racconto straziante e lucido degli ultimi trent’anni dell’Italia. Un doloroso “ripasso” per comprendere cosa sia accaduto alla nostra “patria” in cui loro, come noi, non si riconoscono più. “Come siamo finiti così?” si chiedono i protagonisti dall’alto della torre. “Quali sono stati i cambiamenti irrimediabili – si domanda Farina – che hanno portato a questa totale incertezza del futuro?”. La risposta è proprio in questi anni “di precarietà sul lavoro, di stravolgimento dei rapporti di forza legati alla globalizzazione e della perdita di valori”, che Farina sintetizza nel film nel corso di una notte. “Questa è stata la sfida – dice -. Trent’anni raccontati in 12 ore: tanto dura l’occupazione della fabbrica da parte di queste tre anime. Il sindacalista che viene da una cultura di sinistra, probabile lettore de l’Unità e l’operaio venuto dal Sud che ha votato Berlusconi, inventati sull’archetipo di Peppone e Don Camillo, su quell’antinomia da bar fascista/comunista che ormai non significa più nulla”. E poi il terzo personaggio, il guardiano un po’ nerd e “pazzerello” che “incarna simbolicamente i giovani che si affacciano al lavoro – prosegue Farina – consegnati alla disabilità a causa del precariato”. Tra repertorio, bellissimo e insolito, ricordi personali e storia Patria ha subito un cambio di finale in corsa, prima di arrivare al Festival. Se in origine la lotta dei tre operai terminava, disperatamente, con lo sgombero, adesso nella nuova versione si accende un filo di speranza. “Ma non certo un happy end – spiega il regista – piuttosto l’indicazione di una via praticabile e praticata in alcuni casi in Italia: la costituzione in cooperativa dei lavoratori per salvare la fabbrica. Un finale coerente con un film politico che punta sulla condivisione come parola d’ordine da recuperare”.