La ricchezza di non essere d’accordo. Sessismo (al cinema) e critica (negata) nell’era dei social


Diritto di critica e stereotipi sessisti al cinema. Una riflessione con Antonietta De Lillo (autrice e consigliera della rete Women in Film, Television & Media Italia) a partire da una emblematica bufera-social nata intorno alla stroncatura dell’ultimo film di Carlo Verdone, “Si vive una volta sola” (cui si rimprovera l’eccesso di stereotipi sessisti). Tutto questo pone una serie di questioni più ampie: dalla (non buona) salute del diritto alla critica, alla rappresentazione del femminile nel cinema contemporaneo. È come se non si avesse più il diritto di “essere in disaccordo con un cinema industriale e commerciale che, non sempre ma spesso, la critica è abituata a compiacere” …

Si tratta di «ripristinare la normalità di non essere d’accordo, anzi: la ricchezza di non essere d’accordo». Antonietta De Lillo, regista e sceneggiatrice indipendente (tra i suoi titoli, il pluripremiato adattamento de Il resto di niente), commenta così l’ultimo caso di diritto alla critica messo in questione dalla violenza dei social (e non solo).

Ne ha fatto le spese Teresa Marchesi, autrice per il suo blog sull’Huffington Post di una recensione dove, tra le altre cose, si facevano appunti sul ricorso sistematico, nell’ultimo film di Carlo Verdone (Si vive una volta sola) agli stereotipi di genere (in particolare quello della donna «zoccola», per citare la commedia in questione) con lo scopo di suscitare la (facile) risata.

Si può, naturalmente, condividere o meno. Il problema (vero e più grande) è che a tali considerazioni non è seguito un dibattito civile ma, oltre alle telefonate dei diretti interessati alla redazione del giornale, una pioggia di insulti maschili via social (poi rimossi) alla giornalista: evidentemente colpevole, per il popolo del web, di aver esercitato una facoltà che è parte fondamentale del suo lavoro, la critica.

Come sottolinea Antonietta De Lillo, in una vicenda apparentemente piccola come questa troviamo «una matassa di nodi» che ci parlano di vari (e non positivi) tratti del nostro tempo. A cominciare da quella dimensione del «conflitto», che ormai è «il tono generale con cui si affronta qualsiasi cosa», anche la discussione su un film.

Infatti, tra offese personali dai commentatori sui social e pressioni (che in molti casi arrivano fino alla querela) di chi non tollera rilievi negativi sui propri “prodotti”, sembra quasi che non sia «più possibile essere in disaccordo con un cinema industriale, commerciale che, non sempre ma spesso, la critica è abituata a compiacere», come afferma Antonietta De Lillo.

Ma l’episodio, e il fenomeno che rivela, è tanto più spiacevole ed emblematico se pensiamo che la recensione bersagliata poneva un tema (al di là del film in questione) quanto mai reale e urgente: quello degli stereotipi in cui tuttora vengono ingabbiate le donne (e non solo) nelle rappresentazioni culturali del nostro tempo.

La raffigurazione del femminile al cinema è ancora ri(con)dotta a modelli precostituiti fin troppo frequenti. Quelli più insidiosi, secondo la regista, sono «da una parte, lo stereotipo della donna sempre a casa, con i figli, “immobile” nel ruolo di madre o di compagna, non sullo stesso piano, della figura maschile», e, dalla parte opposta «la donna-uomo, superpoliziotta o simili».

Un dualismo dove latita «la donna emancipata che mantiene una sua femminilità in autonomia e dignità: una donna che sia veramente “moderna”».

Dietro, neanche a dirlo, ci sono le contraddizioni irrisolte di un intero paese (e non solo) che «va ridisegnato, nei suoi modelli economici, politici, sociali»: e questo cambiamento parte proprio da chi fa cultura. Da chi, cioè, ha la «responsabilità di immaginare», quindi di «proporre alla società una rivoluzione non armata, portando avanti contenuti innovativi».

Ciò vale tanto più per il cinema considerato «di intrattenimento», perché questo, molto più di altri generi di prodotto, «crea modello culturale». Il punto non è, infatti, secondo la De Lillo, sposare l’ennesimo (e anacronistico) conflitto, stavolta tra un cinema d’autore “progressista” e un cinema di consumo “reazionario”: al contrario, oggi dovrebbe esserci «una maggiore capacità di mischiarsi, di contaminarsi» anche tra tipologie di film. Proponendo, anche e soprattutto nel cinema d’intrattenimento, personaggi femminili in cui «come spettatrice posso identificarmi, posso migliorarmi, posso tuffarmi dentro».

Ma, inevitabilmente, il rinnovamento dei modelli di rappresentazione passa attraverso il rinnovamento di un’industria, quella del cinema, dove il divario tra uomini e donne è ancora drammaticamente netto. Lo sa bene la De Lillo, impegnata in prima persona su questo fronte anche come consigliera della rete Women in Film, Television & Media Italia.

Il gap di genere non si risolve applicando rigidamente delle “quote rosa” («Non vorrei mai essere stata scelta per il mio sesso, e così nessuna delle mie colleghe»), ma rende comunque necessario «creare un mondo dove sia più equilibrato l’accesso» alle professioni del cinema come a tutti i ruoli sociali. Il momento è adesso, col mondo dello spettacolo che sembra più «vigile» su questi temi, e dove però (proprio per questo) bisogna «scongiurare il pericolo di essere di moda».

Nell’arte (e nella critica), allora, «il compito è semplice, ma proprio per questo arduo», sintetizza la De Lillo: «Avere i piedi per terra e non lasciarci confondere» dalle piccole grandi «matasse» della comunicazione odierna, dove troppo spesso la violenza e l’insulto deviano l’attenzione dai temi più importanti: e, così facendo, «mandano avanti un sistema che non fa comodo ai più».