La sessualità è un diritto. Il cinema che vuole cambiare il mondo di Jo Coda (premiato ad Amsterdam)

Doppio riconoscimento al New Renaissance Film Festival di Amsterdam per “Mark’s Diary”: “Best Art Film” e “Best Director LGBTQ Feature Film” per Giovanni Coda. L’ultimo lavoro del regista sardo è stato ospite al Macro di Roma nell’ambito della rassegna “Fuorinorma” che gli ha dedicato una personale (con proiezioni de “Il rosa nudo”, “Bullied to Death” e “Xavier”). Un film forte, poetico e necessario sul tema tabù del diritto alla sessualità dei disabili …

Shakespeare e Frida Kahlo, i Depache Mode e John Keats. E per dirlo, anzi vederlo quell’amore negato, ancora danza, finzione, documentario. È un mondo di ibridazioni quello di Giovanni Coda, videoartista sardo dal respiro internazionale, che ha scelto la sperimentazione più rigorosa e “spudorata” per fare del suo cinema uno strumento di difesa/denuncia dei diritti violati, delle ingiustizie sociali, soprattutto quelle legate all’universo Lgbt.

Un cinema davvero Fuorinorma per il panorama italiano, giustamente “adottato” dalla rassegna ideata da Adriano Aprà che gli ha riservato una personale (da venerdì primo febbraio al Macro di Roma). Compreso il suo ultimo lavoro, Mark’s Diary, finanziato dall’Università di Derby in Gran Bretagna e vincitore del New Renaissance Film Festival di Amsterdam.

Dopo aver narrato le atrocità della persecuzione nazista contro gli omosessuali (Il rosa nudo, dedicato allo scrittore francese Pierre Seel, sopravvissuto al lagher), la violenza del bullismo omofobo (Bullied to Death) e la follia integralista (Xavier) con la sua nuova opera Giovanni Coda affronta uno degli ultimi grandi tabù del nostro presente, soprattutto da noi: la sessualità dei disabili. Uno tra i diritti più taciuti, omessi e rimossi.

Alla base c’è un libro, LoveAbility (Erikson) del blogger Maximiliano Ulivieri, attivista disabile. Uno squarcio su quel mondo indicibile e rimosso dal senso comune che all’estero, però, soprattutto in Nord Europa, è da anni materia di riflessione sociale, a cui risposte concrete sono state date, per esempio, con l’assistenza sessuale per disabili.

“Toccarsi ed essere toccati, necessità naturali per chiunque, diventano questioni scabrose, scomode se riferite alle persone con disabilità”, ci dice Ulivieri nel suo libro come nel film, dove lo vediamo offrire alla narrazione il suo corpo imprigionato su una sedia a rotelle, insieme a quello come il suo di Giacomo Curti.

A loro il regista ha affidato i ruoli di Mark e Andrew, protagonisti di questa storia d’amore che, ai limiti dei loro corpi, offre la libertà e la vastità dello spazio onirico. È qui dunque che si consumano le loro carezze, i loro abbracci, la loro passione. Attraverso corpi sognati (quelli degli attori Mark Cirillo e Kaleb Josiah Spivak) che portano con loro la tenerezza, il calore, il contatto fisico negati altrimenti a chi come Mark, che scrive qui il suo diario, è stato privato fin da ragazzino da qualunque forma di sessualità.

E sorprende la grazia con cui Giovanni Coda ci accompagna attraverso questo universo così poco esplorato. Tanto meno dal cinema. Sono corpi che danzano quelli che ci guidano, che si amano, che vivono i limiti della disabilità. Quasi un flusso di coscienza o un montaggio delle attrazioni in cui il regista si mostra abile artigiano di immaginari che intaglia, assembla, reinventa. Passando da citazioni de I ponti di Madison County a quelle di Harry ti presento Sally, dai versi di Romeo e Giulietta alle lettere d’amore di Frida Kahlo o Keats, da miti rock come Light My Fire al De Andrè di Amore che vieni amore vai, riletti da Andrea Andrillo.

È un potente e delicato flusso di coscienza, dicevano, questo Mark’s Diary, che le coscienze, alla fine, è capace di scuotere in profondità. Come tutto il cinema di Giovanni Coda del resto. Cinema che vuole cambiare il mondo. O almeno ci prova, a differenza di tanti altri.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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