La “Spoon River” della città dell’oro, nel doc per cercatori di cinema

In sala dal 20 marzo (distribuito dalla Cineteca di Bologna) “Dawson City – Il tempo tra i ghiacci” di Bill Morrison, già pasato a Venezia. La città simbolo della corsa all’oro. Il ritrovamento di 500 film muti sotto i suoi ghiacci. La storia della piccola comunità, come in una  “Spoon River” o nei racconti di Jack London, s’intreccia alla storia del cinema tout court, e alla sua congenita “fragilità”…  Da non perdere…

 

L’eccezionale ritrovamento di 500 film muti, in una cittadina del Canada, finiti sotto una pista di ghiaccio e protetti dal gelo, illustrato in questo bel film di Bill Morrison (distribuito dalla Cineteca di Bologna dal 20 marzo), ci coinvolge subito e in modo piacevole. Anche perché Dawson City, la città dell’oro, non è davvero una città come tante…

Sarà perché il Novecento, il secolo breve, è passato così in fretta coi suoi tanti eventi, soprattutto nefasti, ma abbiamo sempre la sensazione di dover recuperare quanto più possibile il senso di un tempo tanto denso che ha letteralmente galoppato affianco dei nostri padri e dei nostri nonni.

Ecco allora che un ritrovamento, bizzarramente segnalato da un “archeologo” (il cinema è ormai così tanto “vecchio”?) alle autorità canadesi, di un grosso quantitativo di film ci fa già balzare il cuore in gola dalla curiosità.

Dawson City – Il tempo tra i ghiacci è sia la storia di una piccola comunità, che la storia del cinema tout court. O almeno della sua congenita “fragilità”.

Le pellicole del muto sono del tipo infiammabile; per la natura del supporto, in svariati incendi, talvolta disastrosi, nei cinema, nei magazzini di stoccaggio dei film, l’ottanta per cento delle pellicole del periodo pre-sonoro è andato letteralmente in fumo. Scomparso. Per sempre. Forse è proprio l’impotenza derivante da questa considerazione che spinge molti appassionati in tutto il mondo in una disperata opera di ricerca, conservazione e infine di restauro di vecchie pellicole. Esistono elenchi di film che si credono andati perduti per sempre; film che magari attendono solo validi e fortunati “archeologi” per tornare a raccontare le loro storie.

Ma, dicevamo, oltre ad essere una storia introspettiva dell’inevitabile evanescenza del cinema, e dunque storia molto fisica, tattile, fatta dello stupore di tanti al cospetto di inaspettate strisce perforate che sono molto più di semplici “supporti”, Dawson City – Il tempo tra i ghiacci è davvero una sorta di Spoon River della città di Dawson, regione dello Yukon, Klondike, ai confini con l’Alaska, che ci riporta subito alla mente Jack London e le sue avventure sui ghiacci. Il film ci racconta la città con brani sezionati delle pellicole ritrovate, combinati con bellissimi scatti d’epoca di fotografi del posto.

Dawson City è una cittadina davvero emblematica, cresciuta e (quasi) scomparsa, come è capitato a tante “boom town” emerse per “improvvisa ricchezza” e divenute talvolta “ghost town”, quando la ricchezza del posto si è poi esaurita. Altrove è stato il petrolio, a Dawson City è stato l’oro.

In un copione già noto, cacciati i “nativi” (ri-allocati, come è più politically correct dire), i cercatori d’oro che giungono in massa fanno crescere in fretta Dawson City, adeguandola alle loro “ruvide” esigenze. Nel frattempo le pagliuzze trovate nei fiumi divengono vaste miniere. Già nel 1897 vengono estratte più di 5 tonnellate d’oro. Scoppia una febbre contagiosa che coinvolge Canada e Stati Uniti: il fenomeno della “Corsa all’oro”!

Il Klondike diventa un miraggio per molti. Brani di cinegiornali dell’epoca inseriti nel film ci mostrano le commoventi, lunghissime file di aspiranti cercatori arrancanti, affaticati, sulle nevi del Klondike, che tentano di raggiungere Dawson City e le zone circostanti. Un esodo quasi biblico; dei 100 mila che si misero in viaggio da tutta America, 70 mila tornarono indietro o perirono nel tragitto. La febbre dell’oro di Chaplin (1925) ben descrive il momento ed il fatto.

L’euforia da ricchezza accelera lo sviluppo della città: sorgono nuovi edifici, anche edifici pubblici, ma le vere e lucrose attrazioni sono il gioco d’azzardo, la prostituzione, le sale da ballo, i cinematografi. Fra i tanti gestori di queste fruttuose attività anche un antenato di Trump, Fred Trump che aprì un bordello a Whitehorse, vicino Dawson City, dando origine – ci informa il film – alla fortuna della famiglia Trump.

Il film ci mostra Dawson City ed i suoi volti consueti, i personaggi caratteristici della città, che nel tempo arrivò ad avere fino a 40 mila abitanti: il venditore di mele con la sua cesta, il poeta scozzese Robert William Service, Sid Grauman quello del Grauman Theatre, il proprietario del cinema, l’impresario Alexander Pantages, il fotografo, eccetera.

Quando all’improvviso si apprende di nuove e ricche miniere d’oro in Alaska la città comincia a spopolarsi, di colpo, così come si era popolata, in un declino che pare senza fine, ma che verrà invece arrestato con le nuove e più potenti attrezzature di scavo. Vengono così alla luce nuovi e remunerativi giacimenti e inizia una vera rinascita per Dawson City, che per cominciare abolisce il gioco d’azzardo e la prostituzione.

Il cinema resta, amato e frequentato: vediamo i cinegiornali che raccontano il mondo intero ai cittadini di Dawson, ed i film che arrivano magari anche con 2 o 3 anni di ritardo, per via della distribuzione. Quei film che finiti in un magazzino improvvisato, sotto la pista di pattinaggio, sono arrivati fino a noi…

Nel 1966 la Yukon Company, la compagnia monopolista, l’unica restata, interrompe l’estrazione dell’oro. Giusto 70 anni prima, tanto era durata l’età dell’oro, il 16 agosto 1896 due nativi e un californiano, risalendo il fiume Klondike avevano rinvenuto un grosso giacimento a Rabbit Creek. Oggi Dawson ha 1300 abitanti, vive di ricordi e di turismo. Dai, Dawson City, non hai sognato! I film ritrovati te lo dimostrano…

Magnetico il film di Bill Morrison, ipnotica e suadente le musica di Alex Somers, un accompagnamento perfetto per il film che usa anche effetti sonori e rumori appena accennati per sottolineare alcune sequenze, sempre in modo molto rispettoso, delicato ed evocativo. Rumori e suoni tali e quali a quelli che incontriamo nei nostri sogni…

Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino

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