L’altro canaro. Il fiero B-movie di Sergio Stivaletti

In sala dal 7 giugno (per Apocalypsis in collaborazione con Paradise Pictures), “Rabbia furiosa”, girato dal maestro degli effetti speciali Sergio Stivaletti. Un nuovo racconto del canaro dopo “Dogman” di Matteo Garrone, ma radicalmente diverso: il fatto viene installato nel presente e, come nei film di Dario Argento, il punto non è la verosimiglianza ma la coreografia del delitto. Un fiero B-movie, a testa alta, tra frammenti di ossa e schizzi di sangue …

Da una parte c’è Garrone. Dall’altra c’è un diverso canaro, quello inscenato da Sergio Stivaletti in Rabbia furiosa – Er Canaro, in sala da giovedì 7 giugno distribuito da Apocalypsis in collaborazione con Paradise Pictures. Una coincidenza di eventi, l’uscita a ridosso del più noto Dogman, che riporta al cinema un esperto degli effetti speciali, forse il maggiore, colui che concretizzava la coreografia degli omicidi in Dario Argento, Lamberto Bava, Michele Soavi.

Alla terza prova dietro la macchina da presa, dopo M.D.C. – Maschera di cera e I tre volti del terrore, anche Stivaletti si dedica al celebre delitto italiano, uno dei più atroci, ma attenzione: il suo racconto è solo “ispirato a”, visto che colloca Pietro De Negri oggi, sullo sfondo della contemporaneità romana segnalata da euro, cellulari e computer marchiati Apple.

Il canaro si chiama Fabio e viene spostato dalla Magliana al quartiere del Mandrione, immaginando l’omicidio provocatoriamente a due passi dal Pigneto delle uscite e degli apericena. È la messinscena del fatto del 1988, naturalmente, ma ricollocato in un presente atemporale e sospeso, una sorta di “retropresente” in cui i bar degli anni ’80 si incrociano con gli oggetti tecnologici.

Stivaletti omaggia Argento, stampato in una foto segnaletica sul muro della centrale (un pregiudicato soprannominato “argento vivo”), e perfino Pier Paolo Pasolini, che in un’apparizione impossibile come d’uso passeggia al Mandrione. Nel sincretismo tra ieri e oggi si trova una dimensione indefinita che, con profonda ironia, serve al regista per suggerire la sua posizione di linguaggio: qui non si ragiona sulla realtà né sul verosimile, ma soltanto sul terreno del genere, è su quello che ci stiamo muovendo.

In quest’ottica rivive la parabola del canaro, piccolo delinquente sfruttato che reagisce al suo aguzzino, interpretati da Riccardo De Filippis e Virginio Olivari nei rispettivi physique du rôle. L’uscita di prigione per un piccolo reato, di cui è stato capro espiatorio, segna un peggioramento nella condizione di Fabio: il suo amico e pugile dilettante Claudio (nome di finzione per la vittima, Giancarlo Ricci), “capoccia” del quartiere, prima lo prende sotto la sua protezione e poi inizia a perseguitarlo con abusi e umiliazioni.

Fabio vorrebbe solo la famiglia, la vita normale incarnata dalla figlia e dalla moglie Romina Mondello (pensatela a Domenica In, poi rivedetela in questo ruolo). Di sfondo una Roma infestata da figure nell’ombra, come il boss travestito da impresario di pompe funebri, e soprattutto l’eminenza grigia che affida a Fabio il compito di diffondere una nuova droga (che aumenta la potenza: e siamo, di nuovo, alle smart drugs del presente).

Nella sceneggiatura di Stivaletti, scritta con Antonio Lusci e Antonio Tentori, si dispiega un noir psicologico che dispone le carte sul tavolo e gradualmente porta la situazione al punto di rottura: al canaro, ormai stremato e aiutato dagli stupefacenti, non resta che organizzare l’omicidio. Qui Stivaletti sposa la tesi della prima ricostruzione del delitto, dalla confessione di De Negri, quella più violenta: e nell’ultimo frammento esplode la perizia di genere, il noir si fa splatter, volutamente eccessivo e inverosimile, la lunga tortura passa per il letterale “lavaggio del cervello” e l’evirazione in primo piano, in barba ai divieti.

Non cerca credibilità, Rabbia furiosa, e non saprebbe che farsene: vuole solo reinstallare il genere, tenerlo vivo, elevarlo al cubo. Per questo non rilevano troppo le ingenuità in sede di scrittura e rappresentazione, come la morte di un cane posticcio, i limiti di budget e i raccordi facili (l’urlo di Fabio che “diventa” l’ululato dei lupi).

D’altronde non erano meno inverosimili gli omicidi effettati da Stivaletti in Opera, per esempio, ed è proprio qui il punto: il senso di questo canaro è nella pirotecnia del delitto, nella dichiarazione poetica che vi è sottintesa (apparteniamo tutti al giallo all’italiana), nell’ostinata replica di un genere oggi. Allora niente paragoni con Garrone: Rabbia furiosa è un fiero B-movie a testa alta, tra frammenti di ossa e schizzi di sangue.

Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico

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