L’amico di Wenders 40 anni dopo, dove il cinema ha sempre un futuro

Era il 1977 quando Wim Wenders, 32enne, portò a Cannes – tornando a mani vuote – “L’amico americano”, personalissima rilettura del thriller psicologico di Patricia Highsmith, terzo dei libri imperniati sul personaggio di Tom Ripley. Un film che regge splendidamete i suoi 40 anni. Coi suoi personaggi, “persi nel tempo”, come quelli dei quadri di Edward Hopper. Un on the road coi toni ed i modi della grande tragedia classica. L’opera di un regista visionario o di un cantastorie accanito che va per il mondo a raccontare la bellezza del cinema; che mentre la spieghi già non c’è più…

C’è qualcosa in questo film di Wim Wenders datato 1977 (Der amerikanische Freund, Germania 1977), giunto al compimento dei 40 anni di vita e francamente stagionato assai bene, qualcosa che, a dispetto anche della storia stessa, oltre le persistenze retiniche delle praterie fordiane, di fumose metropoli americane (scenari Usa che evoca incessantemente), oltre l’ ambientazione “casuale” nella vecchia Europa, oltre la dominante, fatalistica rassegnazione, racconta invece a perfezione la vita, la sua effimera, fulgente essenza. Ed anche la sua bellezza.

Bruno Ganz è Jonathan Zimmermann, corniciaio e restauratore in Amburgo, affetto da una grave malattia del sangue. Gli restano pochi mesi di vita. Per questo motivo l’americano Tom Ripley, disinvolto, talvolta ironico, venditore di quadri, lo indica ad un losco gangster francese che cerca un killer.

Attirato in modo subdolo a Parigi, Jonathan  accetta la proposta del gangster di eseguire un delitto per cui viene pagato. Qualche tempo dopo il francese alza la posta. Un altro delitto su commissione. Questa volta a Monaco. In balia, Zimmermann accetta di nuovo. Ripley, che gli è diventato amico, interviene e lo tira fuori dai guai, compiendo lui l’omicidio.

La reazione dei complici dell’uomo ucciso, costringe Ripley e Zimmermann a nuovi delitti, finché Jonathan si riavvicinerà a Marianne, la moglie tenuta all’oscuro e che ora sa tutto. Zimmermann muore del suo male accanto alla moglie, in un’ auto, sulla desolata costiera di Amburgo.

Rielaborato molto liberamente, accostando con metodo i toni ed i modi della grande tragedia classica, il film di Wim Wenders prende le mosse dal romanzo di Patricia Highsmith Ripley’s Game (in Italia L’amico americano per Bompiani), terzo dei libri imperniati sul personaggio di Tom Ripley (libro peraltro portato sugli schermi nel 2002 anche da Liliana Cavani, con John Malkovich in veste di Ripley); terzo libro dopo Il talento di mister Ripley e Il sepolto vivo.

Patricia Highsmith ha ispirato molti registi con i suoi racconti: a parte Anthony Minghella (con un altro film su Ripley: Il talento di Mr. Ripley),  Alfred Hitchcock, Jean-Pierre Melville, René Clément ed ultimissimo Todd Haynes (con Carol da The Price of Salt).

Il cast del film di Wim Wenders è a dir poco strepitoso, anzi, per meglio dire: “unico”. Oltre a Bruno Ganz (ad inizio carriera), a Dennis Hopper (il mitico regista di Easy Rider, qui Tom Ripley), Lou Castel, Lisa Kreuzer, troviamo infatti, tra gli attori, Samuel Fuller e Nicholas Ray, cantori ufficiali del “noir” e registi “maledetti”. Fuller in seguito reciterà per Wenders anche in Hammet, Lo stato delle cose, Crimini invisibili. Nicholas Ray invece sarà protagonista e coregista di Lampi sull’acqua – Nick’s Movie (1980).

Si diceva, tragedia classica, nel rapporto tra i personaggi centrali, Zimmermann, sua moglie, Ripley, e nelle cadenze del racconto, ma anche gioco citazionistico sul cinema da parte di un giovane tedesco (32 anni all’epoca, il nostro alfiere dello Junger Deutscher Film) innamorato del cinema, dei suoi generi, delle sue sfumature e possibilità.

Un “gioco” da e per cinefili. Romantico e già “classicista”, se riferito proprio all’arte delle immagini in movimento. L’opera di un regista visionario o di un cantastorie accanito che va per il mondo a raccontare la bellezza del cinema; che mentre la spieghi già non c’è più.

Tra le tante cose godibili di questa Europa resa, in un iperrealismo on the road, America più dell’America stessa, e raccontata con attenzione, in modo rarefatto da Wenders, è da notare per certo tutta la struttura visuale, permeata anch’essa di citazioni-omaggi, e vero pilastro del film.

Non solo memorie cinematografiche. Sono, i suoi personaggi, “persi nel tempo”, come quelli dei quadri di Edward Hopper: sono perduti nei diners notturni, nelle camere d’albergo, nelle verande in cui prendono il sole, alle pompe di benzina, nelle loro casette a schiera. Sono immobili come soldatini di piombo malinconici. Schiacciati. Si dibattono pure, ma sanno che il fato li ha messi lì e che, anche se hanno gambe e ruote di macchine e rotaie di treno a disposizione, in realtà niente e nessuno potrà spostarli dalla loro condizione e da quel luogo.

È la condizione fatale ed esistenziale del noir: l’immanenza e l’immutabilità delle cose e dei destini. Il già scritto. E in quella sceneggiatura di ferro, purtroppo non c’è riscatto, né salvezza, né happy end… solo lotta quotidiana: ed è solo da quel piccolo pertugio che, forse, può scaturire un poco di futuro… che può arrivare una forza nuova a sconfiggere anche il male, che può farsi gioco anche della morte… . Wenders ci crede. E noi con lui.
Il cinema ha sempre un futuro…

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Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino

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