“Land”, nella terra dell’ingiustizia. Le vite di confine dei nativi americani

In sala dal 21 febbraio (per Asmara Film), “Land” del regista iraniano, naturalizzato inglese, Babak Jalali. Il racconto di una enclave, dove il confine non è segnato da un muro ma da un’ingiustizia, da una violenza datata due secoli fa. È la riserva indiana di Prairie Wolf dove vive la famiglia Denetclaw. Dall’altra parte il mondo dei bianchi a cui pagano il loro tributo, non solo affogando nell’alcool. Passato alla Berlinale 2018 e al Torinofilmfest. Da vedere …

Quella telecamera lenta, lentissima, quasi immobile. Per raccontare quelle strade polverose, attraversate da un furgone e subito riavvolte dal silenzio. Dove la polvere è sollevata solo dal vento. Quella telecamera che a tratti addirittura sembra fissa per raccontare una routine fatta di nulla. Senza speranza. Quella telecamera, insomma, per raccontare una enclave, dove il confine non è segnato da un muro o un reticolato. Ma da un’ingiustizia, da una violenza datata due secoli fa. Una telecamera “senza retorica” per raccontare una riserva indiana.

È Land, l’ultimo film di Babak Jalali, regista iraniano, che da anni vive a Londra. È l’ultimo ma in fondo ha la stessa matrice della sua prima opera, Frontier Blues, dove protagoniste sono le persone che vivono nel difficile confine fra Iran e Turkmenistan.
Anche qui, in Land, c’è un confine. Segnato su una mappa, disegnata nell’800. Un confine che separa due comunità. Solo che una sa di aver vinto, l’altra, discendente dai Sioux, ha introiettato la sconfitta. Senza una via di fuga.

Messe così le cose, qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un documentario. E ad avallare la tesi, si potrebbe aggiungere che Babak Jalali ha proprio vissuto per settimane, per mesi – a più riprese – nella riserva di Prairie Wolf, la desolata ambientazione del film. Ma non è così. Land tutto è meno che un documentario. Ha una storia, una trama. Una somma di ordinarie disperazioni.

C’è la famiglia Denetclaw, dove c’è Wesley, alcolizzato – come gran parte della sua comunità – che sceglie di vivere in quel desolato e desolante bar, proprio al confine della riserva. Lì, nel locale gestito da una signora bianca, si può bere, nella riserva formalmente è vietato da antiche leggi. Lui ha scelto di vivere, di sopravvivere, con le birre. E c’è l’anziana madre, che tutte le mattine lo accompagna al bar, gli mette in mano pochi dollari, in modo che non debba fare sciocchezze per procurarsi da bere. E tutte le sere con la sua auto, lo va a riprendere.

E poi c’è Raymond, che lavora in una grande fattoria dei bianchi. Ha una moglie e due figli: un ragazzo, che qualche volta lo accompagna al lavoro, ed una bambina. È riuscito a disintossicarsi dall’alcol ma neanche lui sa più perché. Non ha progetti, non ha pretese. Non ha richieste. Nulla.

Si sopravvive, allora, ogni giorno uguale all’altro. Quando nella loro casa, in una di quelle colline che costeggiano la strada polverosa, arriva la notizia che il fratello piccolo di Raymond e Wesley è morto in Afghanistan. Perché quel mondo “bianco” – al di là del bar – che li disprezza, li usa e li fa affogare nell’alcol, chiede comunque un tributo pesante.

Certo, nel film c’è la denuncia – beninteso: anche questa sussurrata, in sintonia col resto – dell’imbarazzante tira e molla delle autorità militari, che vogliono risparmiare sull’indennizzo alla famiglia.

Ma il “centro” del lungometraggio si sposta e alla fine se lo prende Raymond. Che decide di uscire dalla sua apatia e regola – secondo i dettami della sua comunità – la “questione” nata dalla violenza di due ragazzi bianchi ai danni del fratello alcolizzato.

Pure in questo caso, però, si è lontanissimi dalla retorica. Anche dalla retorica dei cosiddetti western alternativi, quelli filo pellerossa degli anni ’70. Qui non ci sono guerrieri, non c’è la fierezza di un guerriero, non ci sono sfide, né asce da disseppellire.

C’è solo la disponibilità a riprendersi le proprie responsabilità ad un millimetro dal baratro. C’è solo il rifiuto dei funerali dello Stato americano, c’è solo la decisione di utilizzare quei pochi dollari arrivati da Washington, per far disintossicare Wesley. O almeno così si intuisce, in un’ultima immagine, con la telecamera lenta su quell’auto. Nella strada polverosa. Che si allontana prima di tornare alla disperazione quotidiana.

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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