L’età acerba di Guadagnino riporta l’Italia agli Oscar (con 4 nomination). E arriva in sala

“Chiamami col tuo nome” al cinema dal 25 gennaio (per Warner Bros Italia) con quattro nomination all’Oscar e a distanza di un anno dalla presentazione al Festival di Berlino. La storia della relazione gay tra Elio e Oliver, dal romanzo di André Aciman. Qui il regista guarda a “L’età acerba” di André Téchiné, iscrivendo il sentimento nelle pelle dei suoi protagonisti. Un alto risultato estetico, cinefilo e struggente…

Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet and Armie Hammer appear in Call Me by Your Name by Luca Guadagnino, an official selection of the Premieres program at the 2017 Sundance Film Festival. © 2016 Sundance Institute.

Luca Guadagnino gira un film sulla superficie dei corpi. Il regista adatta il romanzo dello scrittore americano André Aciman (leggi la recensione di Gabriele Trama), sceneggiato con James Ivory che inizialmente doveva dirigerlo. È Chiamami col tuo nome presentato ormai un anno fa (era il 13 febbraio 2017) nella sezione Panorama della Berlinale dopo il passaggio al Sundance, storia dell’amore gay tra Elio e Oliver.

Il primo è il diciassettenne figlio di un docente universitario, l’altro un dottorando americano che arriva ospite nella loro villa, in estate, nel Nord Italia. Negli anni Ottanta. Ed è proprio in questi anni che il film si iscrive, evocando consapevolment

9788860880673_0_0_318_80

e la loro estetica, ciò che dell’immaginario ottantesco abbiamo introiettato: è un passato ricostruito per mezzo cinematografico, senza il laccio del realismo ma in modo eminentemente narrativo, per evocazione: è così che spiega l’aggancio al softcore di quegli anni, i corpi sudati al sole, il percorso del coming of age e lo sbocciare del sentimento.

Il regista guarda qui a L’età acerba di André Téchiné: agli autori transalpini della scoperta sessuale di sé, agli sguardi e sfioramenti in riva a lago, su cornice bucolica. Nell’incipit scorriamo le fotografie delle statue antiche che avranno un imprescindibile ruolo simbolico nel dipanarsi dell’intreccio: a quell’antichità il cineasta si riferisce, al mondo ellenico-romano, per suggerire apertamente l’ambiente colto dove l’amore sboccia, ma più implicitamente la pansessualità che quel mondo ci ricorda, l’assenza di differenze di genere nello sviluppo della possibilità sentimentale (Elio frequenta anche una ragazza, Esther Garrel). Ancora una volta si ragiona squisitamente sul piano dell’immaginario: l’età classica viene reinstallata per come pensiamo che sia, smarcandosi dall’equivoco realista in favore dell’immaginazione.

Il graduale conoscersi e amarsi si dispiega in un ricco retroterra, tra Eraclito e Antonia Pozzi (Ferdinando Cito Filomarino, autore del film sulla poetessa, è assistente alla regia), ma Guadagnino è molto lontano dalla mescola di citazioni: si muove con passo proprio come dimostra, per esempio, lo struggente campo/controcampo nel ballo del paese, in cui Oliver danza con una ragazza e Elio lo guarda cristallizzato. Come in un film di Philippe Garrel.

Nella costruzione del racconto risulta ineludibile la mano sulla sceneggiatura di James Ivory: il regista di Quel che resta del giorno, qui, applica scientificamente il suo metodo nella riduzione del testo di Aciman. Da sempre è una scrittura omissiva, quella di Ivory, che intavola i dialoghi tra i personaggi volutamente sulla superficie: abbiamo una tranquillità formale, dunque, un intreccio che scorre placido sulle battute quotidiane di Elio e Oliver nei giorni d’estate, e solo sotto quella superficie, dietro il velo, intuiamo le braci di un sentimento che inizia a crepitare fino a diventare per Elio un incendio.

Il film offre varie possibilità interpretative, solo suggerite, lasciate alla lettura di chi guarda: una fondamentale viene riposta nel personaggio del padre di Elio, Lyne interpretato da Michael Stuhlbarg (magnifico). Nel dialogo essenziale tra padre e figlio che avviene nel prefinale, infatti, il genitore sembra accogliere serenamente il tormento amoroso di Elio (che affiora, sempre, dietro l’apparenza) come se quasi lo conoscesse, come se ne fosse pre-informato.

Ecco allora che improvvisamente si configura Lyne come deus ex machina degli eventi: se l’arrivo di Oliver nella villa fosse orchestrato da lui? Se egli, intuita l’essenza del figlio, avesse voluto concedergli un’educazione sentimentale? In tal senso il racconto si può allora rivedere come una storia d’amore paterno, un padre che spinge il figlio alla rivelazione di sé attraverso un amore gay: e in questo, in una nuova ipotesi di rapporto padre/figlio a proposito della sessualità, c’è perfino una traccia politica.

Guadagnino, dopo il precedente e sottovalutato A bigger splash, che partiva da La piscina di Jacques Deray, firma un’altra prova intimamente cinefila che sul cinema riflette consapevolmente: la pelle lucida dei protagonisti diviene pellicola, su cui la storia scorre, nel suo portato iconico (la presenza della figlia di Garrel, come detto, è citazione vivente al padre). Il regista conferma una personalità peculiare che conduce mirabilmente il racconto, tratteggiando l’intimo dei caratteri, sfaccettandoli tutti, seguendone le oscillazioni emotive fino a portare alla lacrima (difficile resistere a Sufjan Stevens nel capolavoro Mystery of Love, a cui va una delle 4 nomination).

Perfetti gli attori: all’ambiguo uso del corpo di Armie Hammer risponde Thimotée Chalamet (anche a lui una meritatissima nomination) che, nella parte di Elio, è la vera rivelazione. Fino alla fine, quando arriva a sostenere la “soggettiva” del fuoco che fissa il suo volto e decreta simbolicamente la fine di un amore. Perché quello, come direbbe Assayas, è il fuoco che brucia la giovinezza. Anche stavolta si può continuare a sottovalutare Guadagnino: oppure si può riconoscerlo autore, come nell’applauso a fine proiezione al Sony Center di Potsdamer Platz.