L’inferno sotto al Vaticano. La ricerca del tempo perduto dell’architetto che si è fatto scrittore

Venedì 10 maggio al Salone internazionale del libro di Torino (ore 16.30) presentazione del nuovo romanzo di Francesco Pecoraro, “Lo stradone” (Ponte alle Grazie, pp. 448). Architetto e urbanista della “generazione dei giovani di mezzo secolo fa” racconta le trasformazioni antropologico-storiche-politiche di Roma, puntando l’acuto sguardo di osservatore su Valle Aurelia, la valle dell’Inferno, leggendaria borgata operaia di “fornaciari”. Un romanzo fiume (oltre 400 pagine) in cui il privato si fa traccia storica attraverso utopie e sconfitte, attraverso una narrazione dal ritmo rap …

Le Torri ex IACP viste da Francesco Pecoraro

Ho visto casualmente nel diario Facebook di un amico comune, che era uscito il nuovo libro di Francesco Pecoraro, e sono corsa subito a comprarlo. Ho conosciuto Francesco nella seconda metà degli anni ’60 del Novecento, alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza” (all’epoca c’era solo quella), era uno o due anni avanti a me, pertanto è della mia stessa generazione (i giovani di mezzo secolo fa) e abbiamo quindi condiviso un percorso di vita nella stessa città e nello stesso lasso di tempo.

Mi ha molto colpito il suo aver cambiato “mestiere” a un certo punto, l’ho sempre considerato un bravo architetto e l’idea che potesse aver modificato – e con un indiscusso successo – il proprio medium di espressione, “tardi” rispetto al normale iter di formazione, mi intriga parecchio. Mi sono quindi immersa in questo denso volume di quattrocentoquaranta pagine piene di flash-back, così come usa fare l’autore.

Il romanzo può sintetizzarsi in “come lo sguardo attento e sensibile di un architetto, veda un quartiere, o meglio un brano di città”. I punti chiave descritti sono: il Nodo di scambio, i tre Ponti diacronici, Il Monte d’Argilla, la Sacca (Valle Aurelia), lo Stradone (via Baldo degli Ubaldi) che si ricongiunge alla consolare che porta in Francia (la via Aurelia), le fornaci (come in Pasolini), il quartiere operaio, le torri IACP. Purtroppo dopo la guerra diventerà tutto una miscela disordinata, come la maggior parte delle zone periferiche romane.

Vari elementi caratterizzano Lo stradone: l’amore per la Città di Dio, la passione per l’architettura intesa nell’accezione più ampia di tessuto urbano che coniuga spazi sociali e luoghi produttivi, l’essere Pecoraro un acuto osservatore – «… dal margine inferiore dello Stradone, al settimo piano del casamento che se avesse una ventina di piani in più non sfigurerebbe a Hong Kong…» – e un viaggiatore urbano che ha una scrittura ossessiva e disinvolta, dove i personaggi sembrano tutti uscire fuori dalla sua penna con estrema naturalezza.

Gli operai che lavoravano nelle fornaci di quella zona dopo l’Unità d’Italia, venivano a Roma da altri luoghi per fare la stagione: restavano da aprile a tutto settembre. Vivevano nelle stesse fornaci in ciabotti, e man mano, gli ex contadini, diventati operai della fornace, si trasformarono in muratori e si auto-costruirono la casa con gli scarti dei mattoni. Il borgo operaio diventò poi una sacca di anarchici e comunisti che resistettero ai fascisti per un paio di settimane, nel 1922. In seguito, decimati dalla tubercolosi a causa della zona insalubre, diventarono i primi partigiani della Resistenza.

Ne Lo stradone c’è un capitolo dedicato alla visita di Lenin a Roma nel 1908, il suo arrivo in carrozza dalla Stazione Centrale verso il paesaggio proto-industriale di fondo-valle. È descritto in particolare il suo incontro con i fornaciari che producevano i mattoni (pieni, per i muri portanti) con cui si era costruita la città, le loro domande scettiche sulla rivoluzione socialista, e le risposte un po’ evasive di Vladimir Il’ič Ul’janov. Un’occasione per l’autore per rimuginare sulle tematiche di giustizia sociale che tanta parte hanno avuto nella sua formazione giovanile.

Solo negli anni Trenta si forma una vera e propria borgata, a pochi passi dalla città in costruzione, e vicino alle cave di argilla a cielo aperto lungo i pendii delle colline sovrastanti. Le fornaci dislocate nella parte centrale della Valle Aurelia erano diciotto, ma oggi restano in piedi due sole ciminiere: quella della fornace Veschi, lungo via Baldo degli Ubaldi, e quella della fornace Pomilia, più all’interno e meglio conservata nel suo insieme perché riutilizzata più volte con varie destinazioni.

Nella borgata alla chiusura delle fornaci durante gli anni Cinquanta – esclusa la Veschi che venne spenta del tutto nel 1960 – vivevano oltre duemila persone, poi sono scese a meno di mille negli anni Settanta. Valle Aurelia era considerata una borgata sui generis perché non si trovava in periferia e non era abitata da famiglie poverissime, ma da fornaciari, artigiani e altri operai.

Così scrive Roberto Cipriani in Roma moderna e contemporanea: «Oggi i connotati della zona sono cambiati di molto, sono da tempo sorte nuove case popolari, vi sono numerosi insediamenti. Sono mutati anche alcuni percorsi viari: non esiste più il campo sportivo che bloccava la prosecuzione di via di Valle Aurelia verso il Pineto ed anche l’accesso a via Baldo degli Ubaldi è stato occupato da un parcheggio ad uso degli utenti della fermata della metro A e della stazione ferroviaria (entrambe denominate Valle Aurelia). Funziona ancora un altro campo sportivo di calcio, già in uso negli anni Settanta, ubicato in via Ettore Stampini 36, a ridosso delle case IACP. Dopo l’abbattimento delle case e delle baracche della vecchia borgata, una parte dei residenti è andata ad abitare nei quattro palazzoni (le Torri ndr) costruiti dall’Istituto Autonomo Case Popolari, dove ci sono anche alcuni servizi comunitari come una biblioteca e una palestra di pugilato…. Nel 2000 è stata costruita la stazione ferroviaria sopraelevata di Valle Aurelia della Roma-Viterbo (il Nodo di scambio ndr) con collegamento urbano con Roma Ostiense e Cesano, ma anche extra-urbano con Bracciano, Monterotondo e Viterbo… ».

Francesco Pecoraro chiama il periodo attuale il “Ristagno”, che coincide con la fine dell’utopia politica che aveva dato forma alla storia moderna, in una città magmatica post-industriale, post-moderna: «La Penisola che si voleva costruire (ma qual era? non me lo ricordo) non ha niente a che vedere con questa». Il suo sguardo è critico anche verso se stesso, quale fossile vivente del secolo scorso: «Che ci dobbiamo fare oggi con l’essere, anzi col sentirsi comunisti, cioè con uno stato interiore di costante dissenso col presente…”.

Molto bello è il capitolo su “Pierina”, un’operaia della fornace Hoffmann, di cui l’autore spiega con cura il funzionamento diverso dalle altre e inserendo anche una pianta schematica. Pierina sembra uscita da un film neorealista come un personaggio interpretato da Anna Magnani: una classica donna romana proletaria che non si arrende di fronte a nulla pur di sfamare i figli.

Lavora in fabbrica, è pagata meno degli uomini e, come molte altre donne della zona, oltre a questo lavoro, confeziona pantaloni privatamente. Schiave degli uomini, prima del padre poi del marito e poi dei figli, venivano spesso picchiate dai mariti frustrati, stanchi e/o ubriachi, così le donne dicevano, rassegnate: «quando nun so’ cazzi so’ cazzotti…».

Bella anche la descrizione dell’homeless che vive nel sottopasso della Tangenziale Ovest – detta l’Olimpica – difendendosi più dal guano dei piccioni che dagli esseri umani, e che l’autore vorrebbe aiutare, ma che sembra non gradire il suo interessamento tutto preso dalla sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Ma forse Pecoraro più che rappresentare la classe operaia, è un cantore della piccola borghesia – o meglio dei cetomediocri – e dei suoi disvalori come l’individualismo e il menefreghismo incarnati dal proliferare della palazzina romana nel secondo dopoguerra, in accordo con Alberto Statera.

Personalmente, ho sempre pensato che le palazzine offrissero un panorama urbano indifferenziato privo di servizi e spazi collettivi di incontro e che costituissero una contraddizione con l’identità storica del tessuto urbano romano dove anche i palazzi nobiliari si curvano adattandosi alle preesistenze (la forma dell’Odeon di Domiziano condiziona Palazzo Massimo alle Colonne), così come le facciate delle chiese attorno alle piazze (Chiesa di S. Agnese in Agone a piazza Navona).

Inoltre, essendo il carattere piccolo-borghese tendenzialmente individualista, molte persone vivono il condominio come una frustrazione per non possedere un’intera casa isolata. Gli abitanti delle palazzine, infatti, neanche si conoscerebbero se non fosse per quelle saltuarie partecipazioni alle assemblee di condominio. Italo Insolera, da sempre avverso alla tipologia della palazzina, vista come la messa in forma della speculazione edilizia, ne evidenzia il carattere modesto, con un giardinetto intorno non “troppo ricco e non troppo povero”, che piace ai ceti medi impiegatizi.

Francesco Pecoraro dipinge la vita degli abitanti di Valle Aurelia che si trascinano al Porcacci, il bar del quartiere, di cui descrive i diversi proprietari succedutisi negli anni, ma anche, in dettaglio, il tipo di tramezzini elaborati. Infatti, il cibo dei bar romani è un soggetto su cui è importante soffermarsi, e Pecoraro lo fa con ironia, sottolineando il carattere sia di chi lo elabora, sia di chi lo consuma.

Splendido è il capitolo dedicato al supermercato Carrefour, dove si placano le sue conflittualità interne “tra sé e sé e tra sé e gli oggetti che lo circondano”. Spariscono le antiche ostilità nei confronti del consumismo per trovare il calore consolatorio dei prodotti di fiducia cui (forse) ha bisogno. Carrefour, aperto ventiquattr’ore su 24 e sette giorni su 7, è il rifugio dei pomeriggi nelle domeniche invernali.

 

 

Francesco Pecoraro sembra talvolta confrontarsi con Tommaso Labranca, il cantore milanese del trash, la stessa curiosità e abilità nell’osservazione, lo stesso “antidoto all’anti cialtronismo”. Così scriveva Labranca (www.lintellettualedissidente.it) nel 1994: «Chi non ha ancora accettato il fatto compiuto deve rassegnarsi: la letteratura-narrativa scomparirà, sommersa dalla sua noia, e verrà sostituita da tante cose più fresche, eccitanti e interessanti».

Pecoraro, a mio avviso, ama ancora la letteratura-narrativa, anche se la usa in maniera formalmente diversa, nel linguaggio e nella scrittura. Un piccolissimo esempio, parlando della separazione con la moglie Clara, così scrive: «Nei tempi ultimi del nostro matrimonio, nessuna delle esperienze compiute assieme, nemmeno un viaggio una mostra una cena una persona nuova un libro un film, niente poteva essere messo in comune, niente lo sentivamo più come condiviso», dove l’assenza della punteggiatura sembra rafforzare il concetto di indifferenza rispetto alle cose e agli eventi.

L’autore, autodefinendosi appartenente alla generazione dei baby boomers, riflette sulla quantità di pensionati – in pensione lui stesso – che si aggira per le strade del quartiere in cui: «Ciò che siamo stati, o che volevamo essere, non è nemmeno lontanamente parente di ciò che siamo… ». E ancora: «Il frequente signore anziano in maglietta, pinocchietti e sandalone para-tecnico mi rammenta in continuazione il definitivo passaggio degli strati sociali intermedi, cioè di tutti, a un’estetica post-borghese e di massa.. .La tuta con le strisce laterali Robedikappa o Adidas è la divisa di Fidel Castro anziano, come del pensionato sotto casa quando esce col cane o per buttare rifiuti a caso in uno qualsiasi dei cassonetti della differenziata… o per farsi un caffè al bar più vicino, dove o tace o blatera a vanvera di qualsiasi argomento…». Anche il sesso è raccontato da vecchio pensionato: non più da protagonista ma da voyer.

Nel libro Pecoraro racconta (una fiction, ci tiene a dire) come, dopo aver lasciato il PCI, si sia fatto abbagliare nel suo ambiente lavorativo, dal vincente Partito Socialista dove s’iscrive a metà degli anni Ottanta. Poco a poco, progressivamente, si farà corrompere dai capi all’interno del Ministero.

Si fa anche conquistare dagli status symbol: compra un orologio rolex, una BMW e tanti vestiti: «Negli armadi ci sono abiti e scarpe per tutto il tempo che mi resta a vivere e oltre». Così si descrive: «Avevo appena passato i quaranta e, benché sofferente di una disillusione che a quel tempo mi pareva assoluta, anch’io, fattomi socialista, cominciai a godere di una modesta e localizzata posizione di potere, anch’io scopavo in giro, anch’io sorridevo beffardo quando si parlava dei miei ex compagni, anch’io mettevo i jeans sotto giacca e cravatta e sopra scarpe inglesi, anch’io quindi, benché me la raccontassi come una scelta individuale, anch’io ero una molecola del riflusso».

E così commenta duramente gli arrivisti craxiani di quegli anni: «Insomma, com’era accaduto prima di loro e come sarebbe accaduto dopo, si assumevano il compito di ristrutturare il Paese e però sostanzialmente in cambio di denaro. Prima mossa era occupare tutte o quasi posizioni di potere intermedie di cui un sistema democratico pone, in modo da creare una rete che avrebbe poi intercettato tutto l’intercettabile». Sembrava che i loro grandi nemici fossero i comunisti (e viceversa) con il loro rigido e cupo moralismo. La vicenda delle mazzette lo vedrà indagato e perfino in galera per un mese, in attesa di giudizio, esperienza che, comunque, lo vedrà uscire indenne.

In un altro capitolo, corredato di dettagli sanguinosi e truculenti, Francesco Pecoraro espone il proprio punto di vista riguardo le attuali stragi nel mondo Occidentale effettuate per mano degli “invasati” islamisti: «Genti che vivono a uno stadio di civiltà che precede di mille anni quella occidentale, che hanno una visione normativa e fatale e divinata della vita e dell’ultra-vita, stabilita dai vaneggiamenti teocratici di un beduino delle sabbie, genti che forse hanno inventato i numeri, ma poi non hanno mai scritto equazioni come quelle di Newton (avrebbero potuto ma non lo hanno fatto), e nonostante odino la civiltà che l’ha costruito, un aereo poi lo prendono lo stesso…».

Ma poi, come per stabilire una par condicio, aggiunge: «Inutile cercar di capire dove sia il focolaio iniziale del conflitto tra noi e i popoli delle Sabbie: io in particolare so per certo che anni fa un presidente americano con la faccia da coglione, fiancheggiato da più di una potenza continentale e da noi peninsulari…..ordinò di abbattere uno dei tanti autocrati che popolano i territori delle Sabbie…».

Lo stradone è un bel romanzo, meno strutturato del precedente La vita in tempo di pace del 2014, è costituito da molti piccoli capitoli, probabilmente racconti che sono nati separatamente e la cui sequenza sembra essere casuale. Tutto il testo del libro è inframezzato da frasi in romanesco, luoghi comuni o commenti sarcastici, sentiti per strada o al bar: «Se tu vai a fa’ ‘na denuncia ar commissariato, ar poliziotto je rode er culo. Stanno lì a fa’ gnente. Pijano poco, è vero, ma pe’ fancazzo è troppo».

Ne La vita in tempo di pace, invece, si alternavano capitoli scanditi dall’orario di un’unica giornata ad altri sviluppati a ritroso – da quando Ivo Brandani, «Ingegnere Strutturista che non progetterà mai nulla», era cinquantenne a quando era bambino – sui momenti e sulle scelte decisive dei quasi settant’anni di vita dell’autore.

In entrambi romanzi si riscontrano, a mio avviso, le tematiche degli scrittori americani che hanno iniziato ad avere successo negli anni ’60: la descrizione dell’anti-eroe, dell’uomo fragile e nevrotico, di un “perdente” secondo una logica comune dominante, di un uomo che mostra le sue debolezze, fatto che non è socialmente accettato.

I protagonisti descritti – sia Ivo Brandani sia l’ex ministeriale in pensione – mi sembrano simili a tanti personaggi nevrotici della narrativa ebraico-americana (ricordate il monologo di Portnoy?), un po’ frustrati, paranoici, e comunque stralunati e disgiunti dalla vita reale.

In varie interviste che lo interrogano circa il suo modo di scrivere, Francesco Pecoraro ha risposto sostenendo che l’uso d’internet, l’esistenza del suo blog e dei social networks, ha aiutato la sua scrittura a liberarsi da un’impostazione troppo classica. Anche se non sono un’esperta di letteratura, ma solo una lettrice saltuaria e discontinua, riscontro una certa analogia tra alcuni capitoli de Lo stradone e il testo di qualche rapper contemporaneo.

Sulla scia del fenomeno della cultura hip hop nata presso le comunità afro-americane e latino-americane a New York negli anni ’80 del secolo scorso, la consuetudine di dare sfogo musicale alla propria rabbia con i rappers ha preso piede anche in Italia da un po’ di anni. Parlando per lo più della vita difficile dei bassifondi, molti di essi usano l’ambiente metropolitano come sfondo per i loro versi. A tratti, leggendo alcuni brani del libro di Francesco Pecoraro (come ad esempio i capitoli Molecole o Articolazioni), mi viene da recitarli con un ritmo rap.


Ghisi Grütter

Architetto e Professore Associato di "Disegno", fa parte del Dipartimento di
Architettura dell'Università Roma Tre. Autrice di numerosi libri e saggi, tiene la rubrica "Disegno e immagine" nella rivista on line
"Ticonzero" e scrive nella sezione micro-critiche di "DeA Donne e Altri".


© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso
C.F.: 97600150581