“Lucky”, se la vita è illuminata. Col novantenne blues e la tartaruga on the road

In sala dal 29 agosto (per Wanted), “Lucky“, sorprendente opera prima di John Carroll Lynch con un Harry Dean Stanton semplicemente straordinario. Un film blues sulla vecchiaia, sull’esistenza, sulla scoperta che la vita va vissuta. Tutta, qui e ora. Con David Lynch in un cammeo. Assolutamente da vedere …

Un film blues. Anche se non parla di musica. Musica che c’è ovviamente – tanta e di qualità: Johnny Cash nella scena clou, per esempio – ma fa esattamente quello che deve fare in una pellicola: la colonna sonora.

E allora, forse, sarebbe più appropriato dire che si tratta di un film che sposa la filosofia della “Cotton Belt”: con l’uso delle blue note, con l’uso di quegli intervalli che la musica tradizionale tanto tempo fa considerava dissonanze. E qui avviene più o meno lo stesso: con un effetto apparentemente discordante fra i tempi del film, la sua ambientazione in un’anonima, tranquilla e desolante cittadina americana ai confini del deserto, una qualsiasi, fra quegli spazi giganteschi ma incredibilmente claustrofobici e, per contro, l’incedere della narrazione. Che alla fine, ma solo alla fine, ti accorgi essere stata dinamica, incalzante.

Qui è arrivato il momento di dire di cosa si sta parlando. Si tratta di Lucky, la prima opera da regista di John Carroll Lynch (nessuna parentela ma i nomi, come vedremo, forse non sono casuali). Fino a ieri attore – discreto attore, diretto, fra gli altri, da Clint Eastwood e Martin Scorsese – che ha deciso di spostarsi dall’altra parte della macchina da presa. E per il suo debutto ha scritto una storia difficilissima da immaginare su pellicola.

La storia di un vecchio, di un uomo assai vecchio, un novantenne, che vive appunto in uno di quei paesotti che in realtà è solo un incrocio di strade, o poco più, là dove comincia il deserto. È ateo, antiautoritario, pieno di tic, strano, ma assolutamente non grottesco. Non ha nulla di patetico. Vive da solo. Ogni giorno, dopo piccoli esercizi ginnici, ripete gli stessi mini percorsi fino al bar, dove prova a compilare le parole crociate. Poi a casa, dove segue distrattamente i quiz in tv, poi in un altro bar, la sera. Nel paesotto degli improbabili cowboy però a lui piace la musica mariachi, la musica del West Mexico.

Si va avanti così fino a che una mattina, mentre fa i suoi mini esercizi ascoltando una stazione radio messicana, non si sente male. Cade a terra. Nulla di grave, niente di irreparabile. Nulla però che si possa curare. Semplicemente è il procedere della vita, dell’età. Che lo rende fragile. Che lo rende ancor più consapevole della sua fragilità. Acuendo quella voglia di esplorazione che – anche se non c’è nulla che lo riveli all’inizio – l’ha sempre accompagnato.

Così comincia un viaggio di autoesplorazione. Che condurrà soprattutto da solo, come sempre. O magari in compagnia del suo amico, disperato perché la sua tartaruga – Roosvelt – se n’è andata, è scappata di casa. Ma soprattutto condurrà attraverso semplici scambi di battute al bar. Battute brevi – appunto l’andamento incalzante di prima -, mai scontate, mai ripetitive.

Ma il film per tanta parte è lui, il protagonista: Harry Dean Stanton. Novant’anni, l’attore preferito da Peckinpah, da David Lynch, l’amico personale di Francis Ford Coppola che se n’è andato lo scorso anno. E qui, semplicemente straordinario.

E a proposito di Lynch, nel film c’è anche lui, David, il regista famoso. Che non fa un semplice cameo: interpreta Howard, la persone più vicina a Lucky, quello costretto a fare i conti col senso della vita dopo la scomparsa della tartaruga.

Ed è questo cast che supporta l’architettura del film. Perché è nei loro dialoghi, astrusi ma non troppo, che prende corpo quella che nella sinossi chiamano “l’illuminazione”. La scoperta che ogni angolo di visuale ha una sua dignità, che ogni esperienza – dalla guerra all’uccisione involontaria di un uccellino – ha da mostrarti tante complessità. Ma soprattutto la scoperta che “dopo” c’è solo il nulla. Il vuoto. Nella maniera più banale possibile: la scoperta che la vita va vissuta. Tutta, qui e ora.

E allora? Che fare, come affrontare questa complessità? Con un sorriso. Ma non quello scontato delle commedie televisive. Col sorriso scavato, segnato dai novant’anni di Harry Dean Stanton. Col sorriso percorso da antiche inquietudini, con un sorriso mai rassegnato.

Sorriso – non ha davvero senso negare lo spoiler ad un film del genere – che Lucky rivolge ai primi, enormi cactus del deserto. Mentre poco più in là si intravede, forse, la tartaruga di Howard. Che, probabilmente “avrà avuto da fare cose più importanti che non restare rinchiusa in un giardino”. E se mai avrà nostalgia di quel giardino, conosce la strada.

Stefano Bocconetti

giornalista e romanista

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