Medici da corsia e figli di papà. Che piacere il cinema del regista-dottore

In sala dal 7 maggio (per Movies Inspired), “Ippocrate”, secondo lungometraggio parecchio autobiografico di Thomas Lilti che per ben 12 anni ha fatto il medico di professione. Ben lungi dai movimentati & patinati serial tv made in Usa, il film racconta con una certa grazia e un vago tocco alle Kean Loach, le infinite difficoltà della realtà ospedaliera, tra figli di primari, mancanza d’organico e manager – superpagati – chiamati a far quadrare i conti. Perché in Francia non è diverso dall’Italia …

Mal comune mezzo gaudio? Sì, probabilmente. Anche in Francia, per far quadrare i conti e tamponare emorragie economiche, gli ospedali assumono, con profumati compensi, manager che forse prima si occupavano di bulloni o scarpe; anche oltre Alpe, inoltre, infermieri e medici, per via di micragnosi organici, sono da troppo tempo sull’orlo di una crisi di nervi. E anche lì come qui, per salvare il buon nome dell’Istituto, i capi tentano di nascondere le “cappellate” – spesso con gravi conseguenze sui pazienti – degli addetti ai lavori. Specie se a farle sono stati i figli dei primari e non i cosiddetti figli di nessuno.

Questo ed altro racconta con una certa grazia e un vago tocco alle Kean Loach, Ippocrate, secondo lungometraggio parecchio autobiografico di Thomas Lilti uscito in Francia nel 2014 e ora nelle nostre sale distribuito da Movies Inspired.

Dunque un film “ospedaliero”, che però niente ha in comune con i prolifici, eterni, movimentati & patinati serial tv made in Usa.
Interpretato con attonita aderenza da Vincent Lacoste (giovane attore noto in Francia dopo il debutto ne Il primo bacio di Riad Sattuf) racconta l’iniziazione, l’impatto sconcertante di Benjamin, neo laureato in medicina, con il mestiere per cui si è preparato.

“Non un mestiere, ma una maledizione”, lo informa presto, senza troppo ottimismo, Abdel, medico algerino con alle spalle una decina d’anni di lavoro, dunque parecchio più esperto e competente di lui, e tuttavia tirocinante come lui nel reparto di medicina interna.

La differenza sta nel fatto che Abdel (Reda Kateb) è uno straniero che aspira a un serio contratto in ospedale che gli permetta di mantenere in Francia la famiglia e Benjamin è il figlio del dott. Barois (Jacques Gamblin) primario del reparto.

Questo farà la differenza, soprattutto scontrandosi coi non pochi problemi che dovranno affrontare: quelli che mettono un medico di fronte al dubbio e al peso di una scelta etica e responsabile. Perché di fatto, oltre alla grande fatica, le guardie notturne, la mancanza d’organico e lo stress, è soprattutto il peso della responsabilità quello che fa salire l’ago della bilancia. Tra i due però, pur con percorsi diversi, per Benjamin di passaggio all’età adulta, per Abdel finalmente di accettazione, si instaurerà un bel rapporto di amicizia e stima.

Girato con realismo da documentario, dosando dramma e ironia, nell’ospedale, dove Lilti -regista da sempre per desiderio e predisposizione – per ben 12 anni ha fatto per davvero il medico di professione, il film, che ha nel cast anche veri infermieri e medici, è vivamente consigliato agli studenti di medicina, ma anche e soprattutto a chi è ancora convinto che certe cose succedano solo in Italia.

Il regista comunque ci ha provato gusto e non ha mollato il tema: dopo due anni se ne è uscito con Il medico di campagna, storia di un infaticabile dottore – interpretato da François Cluzet e da Marion Denicort (che anche in Ippocrate ha un ruolo importante ) – ambientata nella provincia del Nord della Francia.
Film candidato ai César e molto apprezzato dal pubblico anche in Italia.
Ora aspettiamo che completi la trilogia.

Marina Pertile

giornalista

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Una risposta

  1. Claudio Trionfera ha detto:

    recensione intelligente

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